domenica 3 gennaio 2016

Lunedì, si riparte di corsa.


Mi aspetto una giornata molto intensa, al rientro da quattro giorni festivi. Per fortuna non ci sarà il nuovo tirocinante, così potrò lavorare e basta. Intanto continuo a riflettere sulle domande del giovane collega che da lunedì bazzicherà in altro reparto.
La verità.
Dire la verità è sempre imperativo, secondo me. Dirla tutta, anche. Dirla senza dare per sicure cose che non lo sono, pure. Dirla quando ti viene chiesta, perché ti viene chiesta, e non per scaricarsi la responsabilità di una ricerca della diagnosi, non per sbarazzarsi di un paziente scomodo, non per mettersi al riparo da problemi medico legali.
Essere sicuri di quel che si sta dicendo e in caso contrario non parlare a vanvera, riservarsi la diagnosi e/o la prognosi piuttosto che fornire informazioni non sufficientemente fondate.

Dicevo al tirocinante, che viene da un altro Paese e da una cultura differente, che in Italia l'ambiguità  è talmente radicata nel costume da non essere più riconosciuta come una forma di bugia. Venduta sotto il nome di tatto, diplomazia, buona educazione, avrebbe con queste tre cose dei confini ben precisi. Avrebbe. Ma è così comodo non prendersi mai delle responsabilità che quei confini vengono spostati, aggirati.
Un esempio: un reparto di oncologia che fissa la "data del prossimo controllo" al paziente terminale, con una aspettativa di vita di due o tre mesi, a sei mesi di distanza. E intanto lo manda a casa affidandolo all'ANT "che per il momento provvederà a curarla a domicilio".
Un altro esempio. La signora con un esaurimento della funzione ovarica che viene risottoposta ad un nuovo ciclo di stimolazione per la Fivet, pur sapendo che al 98% non funzionerà, invece di esortarla a trovare altre strade. (e questo è pure uno spreco, a parte il costo emotivo per la donna)
Ancora uno. I numerosi farmacisti che chiedono la ricetta per la pillola del giorno dopo (dei 5 giorni, in effetti) Ellaone, pur sapendo benissimo di essere tenuti a venderla senza ricetta alla donna maggiorenne, cercando di far passare per obbligatoria una ricetta che invece per le maggiorenni è facoltativa (più info qui)
Sono certa che ognuno di voi potrà trovare nel proprio ambito lavorativo dei comportamenti simili. Non credo che medici e farmacisti siano gli unici a cercare rifugio nella ambiguità allo scopo di sfuggire al duro compito di dare informazioni scomode  o per sottrarsi a obblighi professionali sgraditi..
Quindi: buoni propositi per l'anno nuovo. Riduciamo lo spazio alla ambiguità e promuoviamo la sincerità. Cerchiamo di raccontare anche a noi stessi meno bugie, accettiamo di vederci in una luce più chiara, anche se meno favorevole. È un lavoro difficile, quindi molti auguri a tutti noi.

Nessun commento:

Posta un commento