giovedì 20 maggio 2010

difficile e quasi disperata

Una giornata così, con un finale così, con le gambe che mi tremano al ritorno a casa, a parlare della morte con un collega, e lui che mi diceva no, non sono in depressione, ma la fiducia, in cosa possiamo aver fiducia adesso? adesso che passiamo alla sesta linea di chemio, adesso che sono passati quattro anni e il mezzo fegato rimasto è già colonizzato, adesso che c'è un nodulo nel polmone, adesso che non tiriamo il fiato? ma noi l'abbiamo sempre saputo, vero? solo tra noi ne possiamo parlare, coi miei familiari cosa vuoi che dica? Non sono in depressione, no. E neppure voglio morire. Se volessi morire, che dici? Se avessi mai voluto morire in questi quattro anni non saremmo più insieme a parlare, qui. Perché quante fiale ci sono in giro e quanto sarebbe facile mettersi sù una piccola flebo. Quattro anni, e non sono stato neppure male. Certo non bene come avrei voluto, ma neppure tanto male.

E ci siamo stretti la mano, e sono tornata a casa e ho detto "che giornata ho passato, le ultime due ore, poi, sono state tanto difficili".
e il maschio, la cui priorità non è mai stata affrontare la verità, ha risposto: "quanto dado ci va messo nel brodo?"

22 commenti:


  1. Scusa, Capsicum, ma le ultime due righe le trovo proprio sleali.

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  2. le definirei disincantate, non sleali.
    (e censuro ogni possibile considerazione riguardo la "quantità di dado per il brodo")
    chiaretta

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  3. Invece io vorrei esaltare la saggezza della ricetta del brodo, perché quando le domande metafisiche ti sopraffanno, quando ti chiedi che senso ha tutto, ti ricordi che ci sono stati 4 anni in cui godersi forse un brodo, in cui decidere di volerne ancora un altro, domani, dopodomani e che delle volte basta il brodo per tenere alla larga la flebo finale.

    Non basta per tenere alla larga le metastasi e tutto il resto, ma il problema è proprio quello.

    I maschi hanno il proprio modo di tenere a bada (o alla larga) le verità scomode e a volte, solo a volte, c'è in questo una saggezza delle cose semplici e quotidiane, che sono quelle che nei momenti veramente difficili ti costringono a mettere di nuovo un iede davanti all'altro e fare un altro passo. Verso dove, questo poi non lo sa nessuno, ma intanto facciamo dei passi. Nel quotidiano che è l'unica cosa che abbiamo.

    Mammamsterdam

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  4. non ci sono giudizi, solo constatazioni, la stanchezza è tanta, lo so, ed io porto con me solo la tragedia del mondo; mio marito non la vuole, ne ha abbastanza di sue di tragedie, se proprio proprio, però mentre non so dargli torto, rimango in ogni caso sola a fronteggiare il confine. Da cui arriverà il Grande Tartaro, ma una volta sola, ed alla fine, giusto alla fine, e nel frattempo io contemplo la distesa al di là e lo faccio da sola. Lui ha tutte le ragioni per proteggersi, ma dove arriva il tener conto delle ragioni altrui? c'è un limite oltre il quale contino anche le nostre? un limite oltre il quale si possa essere leali a se stessi, talvolta? quanto possiamo essere feriti senza essere uccisi? e infine, sono parte di una coppia solo quando aiuto  e quando vorrei essere aiutata sono invece una donna sola?
    Caps

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  5. Chiedo di nuovo scusa alla padrona di casa se torno a dialogare, ma è proprio l'espressione "i maschi", usata qui da Mammamsterdam, altrove da widepeak altrove, che mi stupisce.
    Mi sembra strano che le MIE reazioni possano essere viste come tipiche del mio genere. Naturalmente al di là di certi aspetti non così profondi, come gli accoppiamenti di colori o in generale l'estetica personale o della casa.
    Adoro la femminilità, la ricerco nel modo di muoversi, di parlare, anche di formulare i pensieri. Ma mi riesce difficile immaginare delle differenze così radicali, nella vera e propria impostazione della vita.
    Non sto dicendo che non sia vero, dico solo che trovo molto interessante seguire la vostra linea di pensiero, che qua, più che in altri ambienti, mi pare si apra in modo molto disinibito.

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  6. Hanno un potere che, a volte, io invidio. praticano la politica dello struzzo, praticano la mossa della massaia stanca, spazzano e mettono la polvere sotto al tappeto, per loro parlare di niente per non parlare di tutto significa avere risolto il problema, averlo messo alle spalle, è un peso talmente grande per loro cercare di mettersi nei panni degli altri, provare a trovare le parole, anche banali, per sollevare il peso dalle spalle di chi gli sta a fianco, che preferisco passare per menefreghisti, piuttosto che mettersi in gioco.
    Credono, pensano che così facendo tutto prima o poi si risolva. ma qui non si sta parlando di un raffreddore, si sta parlando di una persona a cui è stato appoggiato un altro peso sulle spalle e questa persona in questo momento, ha sì bisogno di distrarsi pensando a quanto dado ci va nel brodo, ma ha anche bisogno di sentirselo chiedere dcon altri termini e magari con un sorriso sulle labbra, e un pat- pat sulla spalla.
    " Ma io sono sempre qui", certo ci sono, fisicamente sono presenti, ma è la testa che non c'è, è lo stomaco che prevale su tutto il resto, il loro bisogno primario mettetutto in secondo piano, anche l'angoscia di quella persona a cui hanno demandato tutto, dalla casa all'educazione dei figli, fino allacosa più banale che è pagare una bolletta

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  7. scusa se mi permetto di contraddirti, ma non eri tu che dicevi che si puo' essere negativi fino ad un certo punto e poi scatta il meccanismo di autoconservazione, per cui ad esempio nella sfiga della malattia piu' nera fa bene chiedersi 'ma perche' io?' oppure 'ma lei che e' vecchia di cosa si lamenta se io cosi' giovane sto peggio di lei?'.
    o avevo capito male io?

    ora e' chiaro che ci sono pure stronzi di tutti i tipi. ma e' anche chiaro secondo me che non e' necessariamente un voler fare lo struzzo quanto piuttosto un meccanismo naturale di autodifesa che, se non fossi cosi' stanca, presumo ammireresti.

    ed inoltre il crogiolarsi nel dolore, nella testimonianza del dolore non che io lo trovi disdicevole, ma non piace necessariamente a tutti. a me personalmente si' ed e' per questo che ti leggo con piacere ;-)
      fjo

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  8. Scusa, ziacris, ma penso che almeno nelle generazioni più giovani, questo demandare tutto alla donna non sia più attuale; a meno che non sia la donna a volerselo.

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  9. @ max
    cetrto siete stati bravi a calarvi nel ruoli femminili, cambiate i pannolini, lavate i piatti e fate la spesa, ma quel minimo di occhietto avanti non l'avete ancora raggiunto, quel piccolo quiid di vedere le cose e risolvere ancora non l'avete raggiunto, basta vedere quante sono le donne che si rivolgono a psicologi o spicoterapeuti per chiedere aiuto, La vostra risposta di solito di fronte a situzioni di disagio è "Ma se le cose me le dici io ti aiuto, ti ascolto"
    Allora mi spieghi perchè noi donne riusciamo a capire quando voi uomini avete qualcosa che vi turba senza che voi diciate qualcosa, mentre a voi questo non riesce?
    Noi ci riusciamo perchè le persone che noi abbiamo attorno le vediamo e el guardiamo, le ascoltiamo sia con le orecchie che con la mente, mentre voi uomini vedete solamente, le immagini dall'occhio difficilmente arrivano al cervello e  isuoni vengono solo uditi, mai ascoltati.

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  10. Ziacris hai ragione, la sensibilità della donna è superiore, forse le deriva dal ruolo di madre ed a dover comprendere le esigenze dei figli prima o senza che questi le esprimano.Ciucio

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  11. Quante madri ho conosciuto, che hanno rovinato i loro figli, forse proprio a causa di codesta presunzione...
    Comunque scusatemi tutte/i, in particolare ziacris e widepeak, che spero di non aver irritato. Ora taccio e continuo ad ascoltare con sincero interesse.
    (Buon giorno, fjo...).

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  12. @Max
    salve signor Max, how do you do?
      fjo

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  13. @ fjo
    Non c'`e male, Mrs. fjo. Giusto mi chiedo quanto ampia sia la mia parte femminile :-)

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  14. Mah. Io non se se sia questione di sensibilità (prodigioso mito, questo della sensibilità femminile, che si autogenera come la fenice).

    Il punto è che molti uomini non credono che parlare serva. Anzi, credono che parlare sia dannoso. Poi spesso non possono dirlo perché è politicamente scorretto.

    Permettetemi quindi, da qui in avanti, di abbandonare il caso di Caps e di assumere un tono di iperbole stereotipata, e non prendetemi sul serio.

    Per le donne la reazione standard a un problema è parlare (anzi, è la reazione anche a un non-problema ;-)).
    Riempire di parole l'aria tra le pareti di casa, i cavi telefonici, i blog, le pagine dei romanzi, le dimensioni nascoste dello spazio-tempo.
    Parlare, narrare, dimostra attenzione alle cose, sensibilità, preoccupazione, permette la condivisione, la creazione di risonanti reti verbali, la consolazione di non sentirsi sole. E vanno, come dice ziacris, dagli psicoterapeuti, ma anche da omeopati, cartomanti, maghi, con lo scopo di dire e ascoltare, di costruire paracadute di parole, pagliericci di parole, cerotti di parole, cannocchiali di parole.

    Gli uomini, no. Noi uomini pensiamo che ogni parola richieda un motivo, debba avere uno scopo e infine proporre un'azione. Che ogni parola detta seriamente debba essere necessaria, debba cambiare il mondo, oppure non meriti di essere detta. Il nostro stato naturale è il silenzio (sulle cose reali, ché su quelle astratte siamo dei chiacchieroni incontenibili). Se una donna ci parla di un problema, la nostra reazione naturale è pensare che si debba _fare_ qualcosa; e se non c'è niente da fare, allora perché stiamo parlando?

    Io, personalmente, sono convinto che non ci sia modo migliore per creare un malinteso precedentemente inesistente che cominciare a parlare di qualcosa che abbia un'eco emotiva qualsiasi.
    Io sono convinto che l'emozione, l'amicizia, la sensibilità, l'attenzione, l'amore, si manifestino con tutto meno che con le parole, e meno che mai con le parole che dicono di emozione, amicizia, sensibilità, attenzione, amore. Molto più, quando il silenzio pesa, con parole di dadi per brodo, di colori di nuvole all'orizzonte, di cosa danno in tv. Non c'è maggior prova d'insensibilità che saper cogliere la sensibilità solo nelle parole.

    E se, per capire che ci siamo e che non siamo lì per caso, ci costringete a dirlo, a parlare di questo e dell'altro che appena detto scolora e s'aggrinza, e prende un sapore agrodolce e un tono disarmonico, poi dite "LO VEDI che non mi capisci? Vedi che c'è qualcosa che non va?". Ebbene, di solito non c'era niente che non andasse, prima. Ma la parola contamina, ingombra, s'affastella, e una volta detta resta, e copre sguardi e gesti e azioni. E non solo nella vita privata.
    Ormai, nel nostro mondo, la parola è ovunque, e ci ha invaso nella sua futilità, e non c'è più niente da fare, perché essa parla bene di sé, e il silenzio non sa che tacere.

    Sono un chiacchierone, eh? ;-))

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  15. Grande Ottonieri!
    Magari un po' estremista; ma da buono scienziato, lo fa giusto per sottolineare la propria posizione, credo.
    Comunque, mentre con mia figlia il contatto consiste in lunghe chiacchierate e anche (per fortuna!) in deliziose coccole fisiche, con mio figlio nessuna comunicazione è più forte, intensa, coinvolgente che una bella lotta sulla scacchiera.

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  16. @Max: "iperbole stereotipata", dicevo. Più chiaro di così...

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  17. oh, ci sarebbe molto da dire
    a me piace molto quando saltano fuori queste discussioni. le adoro. nello specifico si aggiunge un commento telefonico, fatto da mio fratello, e lo terrò per noi due, perché fa riferimento ad un lessico familiare, ad esperienze condivise, ed è anche molto personale. 
    una cosa molto, molto semplice sarebbe anche questa: a volte la "cosa da fare" è dire una parola. non importa che siano tante, basta una.
    una piccolissima cosa sarebbe poi questa: io sono molto brava a "fare"; passo il mio tempo a fare, ma quando ho cominciato a lavorare da medico, la cosa più difficile si è rivelata non il "fare" ma il sapere quando "non fare", e non il parlare, ma il "tollerare il silenzio", che è la parte più difficile dell'ascoltare. Saper offrire un silenzio attento è MOLTO PIU' che dire qualcosa.
    qualcuno m'ha offerto un silenzio attento, dopo quella terribile serata, e anche una spalla su cui piangere. non m'ha detto nulla, a rigore non ha neppure "fatto" nulla. non l'ho ringraziato abbastanza e lo faccio ora, casomai passasse di qui.
    a latere, una informazione di servizio. le scatole dei dadi per brodo riportano le istruzioni per l'uso, ma se così non fosse un ultracinquantenne potrebbe avere l'intuizione di assaggiare il brodo per scoprire come sa di sale e procedere di conseguenza. Di solito, per chi non lo sospettasse, se è insipido si aggiunge del dado, e se è salato si aggiunge dell'acqua.  straordinario, vero?

    baci.

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  18. "quanto dado ci va messo nel brodo?"
    =
    "potrei assaggiarlo, ma è più bello se me lo dici tu"
    "mia cara, io sono qui, ma non sono in grado di sopportare i tuoi pesi"
    "vieni via con me, a pensare ad altro"
    ...

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  19. @Caps: e infatti qui sta il punto. Non è quel che si dice, ma cosa "scorre sotto".
    Il film della stessa scena (la dott.ssa Caps torna a casa, provata da una giornata difficile; il marito è lì, davanti ai fornelli. Lei: "Oggi è stata più dura del solito", Lui, guardandola di sottecchi: "Per il brodo, quanto dado metto?", dissolvenza) può essere un esempio della più irreparabile incomunicabilità o della più toccante solidarietà coniugale. Noialtri non possiamo dirlo.

    A volte, gli stessi "attori" non lo sanno davvero, o si fanno prendere dal dubbio, o nei momenti di stanchezza perdono "il sincrono" e si ritrovano a non "sentire" quello che c'è di sostanziale sotto e dietro i gesti, quello stato di grazia che fa di un soffritto preparato insieme un momento che vale un viaggio di nozze a Bali.

    Ho sempre trovato meraviglioso l'Otello di Shakespeare proprio per questo motivo: i fatti esteriori, le parole, senza un canale di comunicazione indicibile sono nulla, possono adattarsi all'amore più adamantino e al tradimento più nefando. E' la tragedia della perdita dello stato di grazia, che conduce alla morte inesorabile, perché non c'è parola che possa sanarla, anzi.

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  20. ahi ahi ahi. confesso che il contenuto del post mi ha riempito il cuore di paura più delle ultime due righe, più delle successive, benché interessanti, conversazioni tra commenti. niente di strano è ovvio. io sono a quota due anni e mezzo, non posso non chiedermi: quanto ci vuole ad arrivare a quei quattro anni? posso sperare che non arrivino mai?
    a latere di queste mie, che sono mie e basta, però il dado da brodo mi fa venire in mente che mia madre, e dunque una donna, farebbe esattamente la stessa cosa. voglio dire, fa esattamente la stessa cosa, nei momenti di maggiore crisi, tira fuori la più grossa scemenza. per cui anche qui le divisioni di genere non tengono. ma l'analisi di ottonieri (entrambe le analisi) mi convincono. è difficile giudicare e capisco che farlo distinguendo i ruoli maschile/femminile è troppo spesso riduttivo.
    per quanto riguarda me però, non penso che fosse questo il messaggio di caps nel raccontare la giornata dura così come ha fatto. almeno a me, questo post ha comunicato soprattutto la grande solitudine che ti fa venire il dolore, proprio e altrui. è l'ha comunicata benissimo con un semplice chiaroscuro (o meglio scuro/chiaro) di parole

    ps. ci mancherebbe che mi irrito, perché mai dovrei?

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  21. C'è un "quanto ci vuole" per ognuno di noi, la nostra salvezza è non chiedercelo. Non tu e non io, per quanto, per motivi diversi, entrambe siamo costrette di frequente a ricordarlo.
    E non siamo da soli. Questa è la grazia maggiore, non essere da soli a pensare a queste cose, ma trovarsi insieme, su questa strana rete, in questo umanissimo mare.

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  22. Ma come si fa, mannaggia... fare il brodo con il dado è terribile, il dado fa male e conferisce al cibo lo stesso sapore "monosodico"! E preparare il brodo a fine maggio, poi. Quando si ama la buona tavola, verrebbe voglia di rovesciarlo contro il muro, il brodo fatto col dado. Ecco.

    ;o))))

    Ciao,
    Elena.

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