lunedì 24 maggio 2010

CRISI

Pare, se dobbiamo credere ai professionisti del mutamento, gli psicoterapeuti della più varia formazione, che solo attraverso una crisi con relativa sofferenza si possa raggiungere un vero e durevole cambiamento. Parlo del cambiamento di sè, della rottura significativa di una delle nostre coazioni a ripetere.


Non è mica facile, perché tanto per cominciare bisogna desiderare di cambiare, avere dentro la spinta, la bramosia di raggiungere un "più", un gradino di maggiore approssimazione alla perfezione o, come preferisco io, il desiderio di portare dentro a questa realtà un pochino più di quella particolare perfezione che ci interessa.


Poi desiderarlo non basta, bisogna metterci la disponibilità a pagare il relativo prezzo in termini di lacrime e sangue, unica moneta corrente con cui il costo del cambiamento può essere saldato.


E neppure basta ancora, perché necessita la continua fatica, l'impegno costante, l'ossessione quasi, di verificare scelta per scelta la corrispondenza della stessa allo scopo prefisso, e ricontrollare ancora, perché ogni giorno che passa lo scenario cambia, lo "spazio morale", per così dire, in cui si configurano le azioni e le decisioni muta inesorabilmente e le valutazioni vanno rifatte e poi rifatte e poi rifatte.


E non c'è, ripeto non c'è nessuna garanzia di non sbagliare di più, cambiando, invece che di meno.....


Insomma, è assai più facile assestarsi in una confortante continuità, legarsi di consuetudine ai nostri rassicuranti errori, restringere il nostro ambito mentale, e sociale, e morale, e attendere.


Mi chiedo perché io non ci riesca, da dove mi provenga questa specie di claustrofobia dell'animo, questa insofferenza, l'angustia, il continuo chiedermi se.


E il quantificare i miei sbagli e il trovarli troppi, troppo grandi, e sentirmene sommersa e dover continuamente scavare, e scavare.


Oltre certi limiti credo che configuri una vera patologia. L'intolleranza di sè.

6 commenti:


  1. Forse dovresti lasciar perdere gli sbagli fatti, per un po' almeno. Azzerare, insomma. Non è un discorso semplice, ma ad un certo punto si arriva lì, ci si accorge che il tempo passa, si pensa che forse non ne rimane tanto, si guardano i treni passare e ci salutano facce dal finestrino e un giorno capita che si dice, salgo. Si prova, si va, si soffre, si piange pure. E' così, credo. Alemno per me. Un abbraccio, comunque.

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  2. ci sto riflettendo. sui limiti, intendo, e su come consumarsi la vita.

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  3. Quanto vedo di me stessa? Tanto, forse tanto, a volte mi sembra anche troppo, ma quando si comincia a "lavorare" su noi stesse difficilmente si riesce a smettere, sempre lì a cercare coerenza,sempre lì a limare e smussare gli angoli brutti e bui.

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  4. Potrei sottoscrivere molte delle cose che scrivi, anche se alla fine non la definirei intolleranza di sé, ma inquietudine, che è cosa ben diversa. E più vitale. Ti abbraccio

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  5. non basta.. è un percorso lungo difficile e dall'esito assolutamente non scontato!

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  6. Torno a leggerti dopo un po' di tempo e trovo molte parole vicine al mio stato d'animo. Mi sono risposta che, dato che garanzie non ci sono, allora non ci sono nemmeno garanzie di fallimento.

    Ritengo di essere un raro caso di salvataggio ad opera di David Hume (il contrario di un fatto è sempre possibile).

    Un grandissimo abbraccio!

    Elena.

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