domenica 28 febbraio 2010

riciclaggio

Eh, c'è chi ricicla denaro sporco, io mi sa che riciclo un raccontino.
questo

Scrivere è come respirare, scrivere è mettermi sulla carta un pezzo alla volta, travestita da innumerevoli persone, è raccontare la mia vita impersonando innumerevoli vite. Posso rovesciare sulla carta qualunque cosa, poi metterci le mani nude dentro e impastare, lavorare, e darle una forma. Aggiungere, levare, cambiare.
Io mi ricordo quando la scoperta del simbolo ha cambiato la mia piccola vita, mi ha aperto le porte virtuali di un mondo che mi era vietato. Mia madre aveva paura, anche mio padre aveva paura, così io restavo sempre in casa. Ad ascoltare le loro vaghe angosce, a spiare il mondo là fuori dallo spiraglio del portone, ad immaginarlo dal quadrato di cielo sopra la mia testa, nel giardino rinchiuso da muri senza finestre. Non ero in grado, allora,di comprendere la situazione, solo intuivo la paura, e morivo di curiosità. ma la paura era di più. la paura era affidabile, perché era dei genitori, la curiosità era bruciante, ma soltanto mia.
Non mi ricordo assolutamente come ho fatto ad imparare. C'erano sillabari d'ogni genere, in casa. Mia madre faceva la maestra, allora arrivavano i libri saggio, con un talloncino tagliato per contraddistinguerli, e ai libri di prima erano allegati i sillabari. Erano divertenti, avevano le linee tratteggiate per ritagliare i quadratini con le lettere, e c'era una plancia con tante taschine sotto ogni immagine, nella taschina andava messa la lettera iniziale della figura e a me piacevano da matti, mi piaceva ritagliare e fare i mazzetti delle figurine con le lettere e poi inserirle tutte nelle tasche, e poi sotto con un altro. Non erano tutti uguali. Alcuni avevano A come Albero, altri A come Ape, B era di Barca, ma anche di Botte e C era spesso di Casa, ma una volta trovai una C di Candela. Credo di avere imparato così.
Ma non sono affatto sicura: mi ricordo i sillabari, mi ricordo i titoli dei giornali e mi ricordo che un tempo erano difficili da leggere, ne leggevo una parola alla volta e poi dovevo metterle insieme e certe volte non capivo cosa volessero dire. I titoli dei giornali possono essere assai enigmatici per una bambina.
Quando ho compiuto cinque anni sono andata a scuola, dopo tre settimane dal mio compleanno. A scuola avevano libri troppo facili, ma per fortuna a casa c'erano i libri saggio della mamma: io leggevo tutti i libri di lettura. Quelli della prima e della seconda erano molto stupidi, ma quelli della terza cominciavano ad essere divertenti. I più belli erano quelli di quinta, ma ce n'erano pochi, pochissimi. Allora non sapevo perché, ora so che l'adozione veniva fatta in prima e in terza, e quindi i saggi più frequentemente erano costituiti da testi di prima e di terza. La scuola era quasi sempre noiosa. Bisognava stare fermi, con le braccia conserte, oppure dietro la schiena, a seconda di cosa ci veniva ordinato di fare. A me faceva male il sedere e anche la schiena. Cominciavo a muovermi piano per spostare il peso dai punti delle natiche che mi dolevano ad altri, a volte mi sentivo un groppo alla gola. Poi nessuno mi voleva bene, per via del fatto che ero brava. Dicevano che mia madre mi faceva i compiti, a casa.
Poi non sapevo fare i riassunti. La maestra leggeva un brano almeno tre volte, ma anche cinque o sei volte, dopodiché diceva: adesso bambini scrivete tutto quello che vi ricordate. Io lo facevo. Ma non andava bene. La maestra mi sgridava moltissimo e io non capivo perché. Un giorno mi sforzai moltissimo, era un riassunto in classe, ce la misi tutta, scrissi tutto quello che mi ricordavo, cercai anche di capire dove stavano le virgole. Quella volta la maestra si rese conto che a casa non copiavo i suoi racconti dai libri della mia mamma. Lesse il mio riassunto e mi chiese cosa hai fatto. Io le dissi ho scritto tutto quel che mi ricordavo, credo di non aver dimenticato quasi nulla. Allora lei andò a parlare con mia madre, che faceva lezione nell'aula in fondo al corridoio. Mia madre ascoltò e le domandò quante volte hai letto il brano e lei rispose quattro, mi pare. Mia madre disse: troppe. Dopo la prima lettura mandala fuori dalla bidella, e falla rientrare quando hai finito di leggere per gli altri, vedrai che non ci riesce più a riscriverlo così parola per parola. Ha una buona memoria, ma non così buona, credo. Però in tutto questo nessuno mi spiegò che cosa fosse un riassunto e come andasse costruito.
Leggere mi piaceva. Scrivere mi piaceva, anche. Ma scrivere era un problema. Se ti chiedevano di parlare della tua compagna di banco non dovevi dire che aveva il moccio che colava dalla narice destra, e neppure che le sue scarpe erano consumate e sotto la suola c'erano due buchi a destra e uno a sinistra. non dovevi dire che ti dava i pizzicotti di nascosto e neanche che aveva i capelli sporchi. Allora ti chiedevi cosa potevi dire e diventava molto difficile. Quando c'erano temi come "una domenica a casa mia" sembrava molto meglio, ma anche allora non andava bene, la mamma ti pregava di scrivere cose inventate, per favore, non che avevamo avuto ospiti e si erano mangiati tutte le bistecche così noi bambini avevamo mangiato in cucina le uova fritte con la domestica e la mamma. A me non veniva in mente niente di "inventato", e ogni tema diventava una cosa angosciosa. Come adesso, io non ero capace di scrivere cose che non avevo visto, non ero capace di scrivere cose non vere. Così scrivere era difficile, una specie di percorso ad ostacoli. Leggere, quello sì.
Quando ebbi sette anni, per il mio compleanno mi regalarono quarantotto libri. Sedici erano per bambini di otto anni, altri sedici per bambini di nove anni e altrettanti per bambini di dieci anni. Credo di averci messo sino a Natale per leggerli tutti. soprattutto durante le vacanze di Natale, penso di non aver fatto altro da appena sveglia fino a notte. Poi mi misi a piangere: ero stata stupida, li avevo letti talmente in fretta ed erano finiti. Una cosa così bella, era già finita. Non sapevo che le cose vanno sempre così.
Mia madre mi suggerì di rileggerli. Lo feci. A gennaio ne arrivarono altri. Meno divertenti, più difficili in un certo senso. Erano un'enciclopedia generica, una delle scienze naturali e una di geografia. Mi hanno tenuta impegnata per un bel pezzo, e mi piacevano molto meno. Molte voci dell'enciclopedia erano poco interessanti. A otto anni andai in vacanza dalla nonna. C'ero stata altre volte, ma allora non avevo avuto il permesso di toccare i libri. Stavolta mio nonno me ne prese giù uno da un altissimo ripiano. Me lo mise davanti su un tavolo, no ricordo quale tavolo, e mi permise di leggerlo. Era enorme. Era assolutamente enorme. Si chiamava l'Enciclopedia Dei Ragazzi. C'erano le fiabe delle mille e una notte e quelle dei fratelli Grimm. C'erano giochi di enigmistica, indovinelli e una quantità di cose. Tornata a casa chiesi perché i nonni avevano dei libri e noi invece no.

Ma anche noi avevamo dei libri: nello studio, dove non avevo il permesso di entrare, c'erano moltissimi libri. Mia madre me ne portò qualcuno, accuratamente scelto, adatto alla mia età, come diceva lei. Solo a dieci anni compiuti, in prima media, ebbi il permesso di entrare nello studio e scegliermi i libri da sola.
Sono una persona metodica. Ho cominciato dal primo ripiano in alto a sinistra ed ho finito, credo qualche anno dopo, con l'ultimo ripiano in basso a destra. Alcuni erano difficili, altri non mi sono piaciuti. Quando un libro non mi piace lo dimentico completamente, a volte titolo compreso. Uno dei primi libri che ha avuto questo onore è stata la "Vita di Vittorio Alfieri, scritta da Esso". Ero una bambina piuttosto stupida, credevo che Esso fosse il nome dell'autore. Poi trovai una Vita di Giuseppe Garibaldi, sempre scritta da Esso e dissi qualcosa a mio padre su come questo Esso avesse scritto due libri così diversi, orribile il primo e bellissimo il secondo. Credo che mio padre sia stato meraviglioso quella volta, perché non rise, ma mi fece notare come Esso sia un pronome e il fatto di scriverlo con la maiuscola non ne faceva un nome proprio. Poi cominciò a parlare di Garibaldi e mi chiese di parlargli del libro e quale parte mi fosse piaciuta maggiormente, così anche se mi vergognavo di non aver capito la faccenda del pronome, ero sollevata che fosse di così scarsa importanza da non meritare più di un breve cenno d'attenzione. Credo che allora mio padre fosse orgoglioso di me, orgoglioso e basta. Più tardi, forse era ancora orgoglioso, ma la rivalità aveva preso il sopravvento. Ha sempre odiato confrontarsi con me. E spesso , per questo, ha odiato me.

Ma scrivere no, scrivere non ancora. Ho cominciato a undici anni, credo. Avevo un diario, allora usava regalare diari alle bambine, in genere un quaderno con interessanti rilegature, e un lucchettino minuscolo, e sopra la scritta "Il mio diario". Il diario che mi reglarono era disgustosamente piccolo, dopo una settimana era pieno, ma intanto avevo preso gusto alla faccenda. Ho continuato su un enorme quaderno a quadretti, enorme in quanto grossissimo, allora non usavano i quadernoni formato A4; aveva la copertina plastificata di color rosa acceso. Ero arrivata a quasi due terzi, quando beccai mia madre intenta a leggerlo. lei cercò di spacciaro per un dovere materno di controllo della mia educazione. Io non gridai, non piansi, non feci quasi una piega. Quando ebbe letto quel che le mancava dalla volta precedente me lo rese. Io andai in cortile, c'era una tinozza di ferro, strappai una pagina alla volta e le bruciai tutte coi fiammiferi di legno della cucina. Mia madre disse perché e io risposi perché è mio. Mia madre disse se non volevi che fosse letto non avresti dovuto scriverlo. Io dissi hai ragione, me ne ricorderò. Non ho mai scritto nulla, da allora, tranne qualche poesia francamente idiota, fino a quando sono stata all'ultimo anno del liceo. E anche allora, sono stata bene attenta a non scrivere mai nulla che non desideravo fosse letto.

Ma, non potendo scrivere, la mia adolescenza è stata piuttosto faticosa. Molto faticosa.
Mi chiedo come sarei stata, che persona sarei diventata se mia madre non avesse avuto l'idea di violare il mio diario. Mi è impossibile immaginarlo. Pertanto, posso anche ritenere che sia stato meglio così, non ci sarà mai la prova del contrario.

Leggere, dicevo, mi apriva delle finestre su quel mondo che mi era precluso. Non si usciva mai; veramente quasi mai. quando lo si faceva si andava in visita in case piene di adulti, senza bambini, e si rimaneva chiusi in un salotto, coi grandi che parlavano ed è da allora che mi porto sempre dietro un libro. Talvolta due libri. Talvolta un numero imbarazzante di libri. Ogni libro era un viaggio nel mondo. E nessuno mi tratteneva, potevo tornarci, fantasticarci sopra, potevo, potevo, potevo. Potevo rifugiarmici dentro, e l'ho fatto.

La maggior parte degli adulti, in quell'epoca e in quel posto, non sapeva leggere e non conosceva l'italiano. Questa cosa mi pareva normale, era normale, ma mi rendevo conto che la mia capacità di leggere mi conferiva un potere, un potere reale, vero.
Non ho mai smesso. E non li ho contati, mai.

1 commento:

  1. gentile signora anonima, mi scusi, ma non conosco nessuna delle persone né alcuna delle vicende da lei citate nel commento che ho eliso. Mi spiace molto per le disavventure che  attraversa o ha attraversato, ma questo blog non può esserle d'aiuto,  ove desiderasse lasciare commenti, essi sono molto bene accetti se attinenti all'argomento trattato e formulati nei limiti della correttezza civile. in bocca al lupo per i suoi problemi.

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