martedì 17 novembre 2009

a richiesta

un post sulla poesia secondo capsicum, che non vuol dire praticamente niente, però....


Le poesie non sono altro che canzoni senza musica. Immagini afone. Insomma , c’è chi dice: non capisco la poesia. La poesia non fa per me. Onesto, ma difensivo. Non c’è nulla da capire, si tratta solo di ascoltare ed usare il sentimento per decifrare, non la ragione. Nulla da capire. Poi vale sempre quel che disse Alfonso Gatto: “Voi lo sapete, amici, ed io lo so. Anche i versi sono come bolle di sapone: una sale e l’altra no.” Mentre stai lì, preso dal tuo sentire, ti balena l’immagine di te, e ti pare che questa comprensione t’offra sollievo. Ecco tutto. Cosa ci sarà mai da capire ….


 Il mistero di questa immagine consiste semmai nella sua incisività ai fini del ricordo. Una volta trascritta in versi l’emozione diviene indelebile. S’incide nella memoria, è salva. Tutto il resto rischia il delete. Così, assai semplicemente, ti garantisci l’eternità della gioia o della sofferenza, eternità che puoi trascinarti nel tempo, mentre la pelle invecchia incurante della freschezza del povero cuore. E poi, nella poesia si estrinseca nella massima misura quella caratteristica meravigliosa del segno, di mutare nell’istante stesso in cui viene “appreso”, catturato da chi legge.


Diceva Eco che l’autore, una volta scritto un libro, dovrebbe fare la cortesia di morire, per consentire al lettore di forgiare la propria interpretazione senza più il rischio che ne giunga una “autentica” a screditarla. Nella poesia, io credo, l’interpretazione autentica non c’è. Se ci fosse, non ci sarebbe poesia.


La poesia sfida la consapevolezza neuropsicologica. Il povero medico tiene dentro sé insieme l’amore per la letteratura e la conoscenza ch’essa sgorga da combinazioni chimiche, da tessuti, lipidi, ribosomi, acidi nucleici, proteine. Una specie di sospensione dell’incredulità gli è necessaria per abbandonarsi al ritmo e alla potenza della parola. Quanto bisogna esser bravi per scrivere una lunga, lunga composizione? Tanto, io credo. E’, forse, la differenza stessa ch’esiste tra un racconto ed un romanzo. Il ritmo a volte t’accorgi d’averlo rubato. Altre volte non sai da dove giunga. Da una canzone, da un verso, da un fraseggio di tamburo. La rima, ohimè, non s’usa più, quasi. A volte persino t’imbarazzi se te ne sfugge dalla tastiera una. O dalla matita, che rimane lo strumento di scrittura più effimero e da me più amato.


Cosa rimane della realtà da cui nacquero poesie meravigliose? Il passero, delizia della mia fanciulla; le chiare, fresche e dolci acque, la notte che galoppa sulla sua cavalla cupa spargendo spighe azzurre sul prato? L’immagine che ogni mente ricrea dietro il proprio paio d’occhi, ogni volta diversa, ogni volta nuova. Tornando alla comprensione, cosiddetta, della poesia, ricordo con imbarazzo le versioni in prosa, le note, i commenti, l’esegesi, la decifrazione, la traduzione dell’emozione in fatti concreti sterilizzati, privati infine dell’emozione stessa, che hanno infestato gli anni del ginnasio e del liceo. Quella era storia della letteratura, non letteratura; storia del segno, non amore del segno. Il segno brilla luminoso contro la cupola d’ossigeno azzurro che ci sovrasta tanto più evidente quanto più è condiviso. Insomma, la comprensione razionale è per il tecnico, per il letterato; l’emozione della poesia ritorna quando la razionalità viene messa da un lato, inserita tra parentesi, relegata in sottofondo. A queste condizioni, credo, essa può persino accrescere l’emozione


Ma quanto è dolorosa ogni emozione? Persino l’amore, se intenso, è accompagnato da un sottofondo di dolore. Il desiderio ferisce quando è ancora insoddisfatto, e poi ancora, una volta appagato, viene pervaso dal terrore della possibile perdita. La poesia risuona con le emozioni, e come tale risveglia qualche piccolo dolore. Meglio non saperla capire?


Per chi scrive, consapevole come me della propria incompetenza, superare l’imbarazzo del sapersi inadeguati è un traguardo miserabile ma ambito. Se dovessi attendere d’essere soddisfatta delle mie parole, certo non parlerei mai, certo non scriverei mai. Quale vantaggio nel silenzio? La parola può ferire chi ascolta, è vero, ma il silenzio ferisce chi tace, invariabilmente.


Lo scrivere concretizza l’essenza del mio essere, lo porta verso colui che non è qui, senza placare il desiderio, certo, ma in qualche modo consolandolo. Seppure nel solo istante presente. Le mie due anime s’alternano nella poesia e nella prosa come il mio corpo si avvicenda sperimentando la realtà della veglia e quella del sonno. Lascio che il sogno emerga e parli per me, con la mia voce, fuori dai fascini luminosi e consolanti del pensiero razionale, nell’ombra del battito ventricolare, nel cupo mistero del torace.

5 commenti:

  1. L'arte del Novecento ha infranto tanti tabu` e ha fatto bene. Ma ha forse anche sdoganato tanta non-arte. Ehi, che diritto ho io di dire che cos'e` arte e che cosa no?
    Infatti non lo so. Il confine e` lasco, confuso.

    Molti contemporanei di Picasso avranno schernito Guernica, dicendo che il loro bimbo fa di meglio. Oggi, forse, ci rendiamo conto che non e` cosi`. Pero` dietro a Picasso si sono infilati tanti che forse al bimbo di cui sopra si avvicinano davvero. Ricordo sempre l'episodio della mostra di quadri astratti dipinti da una scimmia; o la burla di Livorno, in cui il grande Argan ha dimostrato che nemmeno lui sapeva distinguere l'Arte da un gioco di ragazzi.

    Molti contemporanei di Debussy avranno reagito alle sue dissonanze come a stonature, e ricordo bene chi sentiva negli assolo di Archie Shepp solo rumore.
    Ma effettivamente assieme a Debussy e a Shepp hanno costruito fortune commerciali degli effettivi produttori di rumore.
    Non e` cosi` anche con la poesia?

    E` facile imbrattare una tela con baffi e scarabocchi, e` facile pestare una tastiera senza preoccuparsi di suonare accordi, arpeggi e melodie. E` anche facile mettere insieme parole.
    E` Pittura? E` Musica? E` Poesia?

    (Intendiamoci: a rovescio non basta produrre figure intelligibili per fare Pittura; e non basta mettere insieme accordi ed essere intonati per fare Musica; penso a Gigi D'Alessio.......)

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  2. credo che la mia misura "interna", correlata alle emozioni suscitate, sia un parametro soggettivo interessante. Non me lo puoi saltare a piè pari così. Parliamone, insomma. Io sostengo che l'arte comunichi suscitando emozioni.

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  3. Ma certo, l'arte risede in gran parte nel fruitore (e cosi` anche altro, come la comicita`).
    Non ritengo stupidi i visitatori della mostra scimmiesca. Pero` c'e` qualcosa che non quadra.
    Senz'altro non mi quadra l'aspetto commerciale, per cui uno puo` imbrattare una tela a caso e, se la societa` in qualche modo lo favorisce, quello ci fa i quattrini.
    Per spingere un esempio all'estremo, puo` capitare benissimo che un assortimento di parole generate a caso da un calcolatore ti risulti "poesia" e ti susciti emozioni. Ma vuoi davvero affiancare una tale composizione a quelle del Petrarca? Giusto perche' entrambe suscitano un'emozione in te?
    Qualcosa non mi quadra, non c'e` niente da fare.

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  4. tu privilegi l'intenzione, e nella comunicazione certo essa è importante; poi privilegi la sfida della complessità tecnica, e pure quella è importante. Ma se non c'è "poesia" basilarmente, cioè se non c'è emozione, tutto il resto non interessa, tutto il resto non "faraà" mai una poesia.
    vedi, se la tecnica, la rima, il metro, fossero presupposto fondante per la poesia, e irrinunciabile, essa non sarebbe MAI  traducibile in quanto poesia. Certo, tradurre poesia è lavoro da poeti, non ho dubbi in proposito, ma la traduzione è il banco di prova della poesia.
    non sono gli esempi estremi a fare la sostanza del discorso; tu continui ad estremizzare. Va bene, quindi la bellezza deve essere intenzionale SEMPRE? e la casualità non può generare bellezza "per caso"?
    Se giochiamo ad una dimostrazione per assurdo, credo di poter trovare io pure qualche argomento. Ma invece siamo seri. Partiamo dalla buona fede del "poeta", e giudichiamo il suo lavoro come bne riuscito o mal riuscito, ma teniamo separati i sedicenti poeti il sui scopo è in realtà dissacrare, dirompere, ingannare, far quattrini, diventare famosi: a loro cantiamo la canzoncina del Dero: "voglio voglio voglio fare successo, radio, web tv, per me fa lo stesso... i talk show saranno miei, idolo di donne e gay... son figo, come la coca nel frigo, forte come il liquore nelle torte, yeppa, come il lupo della steppa, bello come il fratello di un modello..... SONO UNO STELLO"

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  5. Basta. Ho appena ordinato due copie di "Le ton beau de Marot", una per me e una per te. Arriveranno per Epifania :-)
    Ho anche ordinato "They have a word for it". Quello te lo presto.

    Ah, quello di estremizzare è un preziosissimo trucco del mio mestiere. Non ci rinuncerò mai!

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