mercoledì 10 giugno 2009

PROSPETTIVE

(nota per i lettori: questo post sarà lungo, affollato di parole, idee ed emozioni, e probabilmente incomprensibile. Se non ve la sentite lasciate stare e ci sentiamo domani o poi).



Amo le parole polisemiche. Sono intriganti. Sono confusive e chiarificatrici. Comunque amo le parole, di un amore viscerale e insensato. Le amo perché sono il principale strumento che consente di contenere l'emozione e maneggiarla, con le dovute cautele, tanto più necessarie quanto più l'emozione in questione è incoercibile, urente, potenzialmente mortale.


 La morte, se ci pensate, è l'emozione definitiva. In questa ottica (e ora dico una cosa pericolosa e politicamente scorretta) è contemporaneamente repellente e magnetica.


 Io avevo una nonna che oggi avrebbe 109 anni, se non fosse da tempo viva solo nella mia mente. Ai tempi della sua prima giovinezza, in piena prima guerra mondiale, Amore e Morte costituivano un binomio assai gettonato. Tanto gettonato che un giovanotto che con lei corrispondeva (in senso letterale di invio di lettere manoscritte e di languidi sguardi a distanza) la invitò e convinse a condividere l'estremo gesto di levarsi entrambi la vita come coronamento del loro amore cieco e assoluto, e non altrimenti consumabile. E lei, giovanissima idiota, sedotta (si, non vogliategliene, è possibile essere sedotte, persino ai giorni nostri, figuriamoci nel novecentodiciassette), mise per iscritto il suo assenso. Solo che al momento cruciale si rese conto che il focoso giovane faceva sul serio, non per modo di dire. Realizzò d'essere veramente in pericolo e se la diede a gambe; ma il giovanotto, maledettamente esaltato, fece la sua parte e si sparò. Malamente, per fortuna, ma con sufficiente precisione da essere per più giorni in pericolo di vita, e da finire sui giornali insieme alla nonna, citata solo con le iniziali in quanto minorenne, e definita la più bella fanciulla della città.



 La nonna in questione è quella che cito spesso; quella che mi spiegava come una donna intelligente farà in modo d' essere nota per la sua intelligenza, mentre una donna VERAMENTE intelligente se ne guarderà bene. E' quella che, tra le prime diplomate dell'allora Liceo fisico-matematico, lasciò il corso di laurea in matematica a metà per sposarsi, debitamente e scandalosamente incinta, col mio affascinante nonno(e qui probabilmente bruciò alcune delle proprie occasioni e pagò lo scotto della fama conquistatasi di irresistibile beltà, fama, a suo dire, assolutamente indipendente dai fatti oggettivi, com'è normale che sia).


Quella che, come credo di aver raccontato, quando lui venne epurato coi seguaci di Farinacci ( e qui avete anche capito che tipo fosse il nonno, in parte, facinoroso, e di mestiere progettava acquedotti, strade e simili giocattoli formato maxi, tanto per darvi altre immagini da elaborare), si iscrisse al fascio e lavorò cinicamente fino a conseguire le cariche di "Segretaria al Fascio e Ispettrice della GIL"; cinica, pragmatica e stronza. Ed io l'ho amata senza riserve. Nel mio modo talvolta piuttosto distaccato, va da sé, e ricambiata nello stesso modo, comunque senza riserve.


Finito questo inciso (innescato dalla faccenda di Amore e Morte, su cui con lei discussi a lungo) torniamo a parlare dell'amore, della morte e del sesso. O comunque dell'emozione. Con calma, tanto la notte è lunga ed io non ho bisogno di pilloline, stasera.


Dunque l'emozione. I colori non sono gli stessi per ognuno di noi. La luce non è la stessa. Solo le parole che usiamo sono le stesse: verosimilmente le sensazioni possono essere simili, ma neppure di questo siamo certi. Il colore come lo percepiva Van Gogh non era lo stesso di Leonardo o di Picasso. Le sensazioni, dunque, verosimilmente si somigliano, ma chissà? Questa cosa, per chi non lo sapesse, è un'idea totalmente priva di originalità, anzi potrei dire trita e ritrita.


Le sensazioni suscitano emozioni ed anche le emozioni non hanno la stessa intensità per ognuno di noi, neppure per la singola persona nei vari momenti della sua vita. Pensateci. Lasciatemi essere ancora un po' scorretta. Immagino che alcuni di voi (almeno alcuni, spero) abbiano avuto più di un partner e possano convenire con me che l'emozione del sesso non ha sempre né la medesima intensità e neppure la medesima qualità. Dunque, l'intensità.



Ho appena letto Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon. Ho scritto un piccolo commento nella mia libreria su aNobii, ma ho appena accennato alla questione dell'intensità delle emozioni. Questione grave; pericolosa; incompresa, anche.


 Da molti anni mio figlio ed io discutiamo dei meccanismi della mente utilizzando, in maniera per nulla originale anche in questo caso, le similitudini con gli strumenti di calcolo complessi come quello che avete tutti davanti, e che usate per tutto tranne che per fare calcoli: computer questo vorrebbe dire, pure se ce lo siamo dimenticato: calcolatore. Non siamo originali, mio figlio ed io. Strani, si; ci sono autorevoli pareri al riguardo. Ma non propriamente originali.


Ebbene, è noto a tutti che ognuna delle macchine che avete davanti ha una propria "potenza". Tutti dite: ho comprato un pc molto più potente di quello vecchio, e con ciò intendete che scaricherà i giochini e i films più velocemente e che riuscirete a fargli fare tante cose contemporaneamente con molta meno probabilità che "si pianti". Ma sapete tutti che se gli fate entrare troppa roba contemporaneamente, rallenterà fino a fermarsi e a incasinarsi e a strapparvi inconsulte imprecazioni quando vi abbandonerà senza permettervi di salvare quel qualunque cosa di fondamentalmente vitale e inutile che stavate facendo. Troppa roba. Troppe sensazioni. Troppe sensazioni vuol dire troppa emozione. Potete uccidere il vostro pc con un eccesso di"sensazioni", o comunque fargli abbastanza male da dover ricorrere all'aiuto di un amico più bravo di voi o addirittura di un esperto prezzolato per rianimarlo. Oppure potreste fornirgli, inavvertitamente, la sensazione sbagliata, quella che lo travolgerebbe in un circolo senza fine di ripetizioni insensate; potreste lasciarlo infettare da un virus, insomma. E questo soprattutto se, come me, avete pagato il vostro obolo al grande Bill e state usando un qualunque Windows. Registrate la faccenda del sistema operativo e mettetela da parte per dopo, prego.


Sono similitudini probabilmente tirate per i capelli, lo so. Non fatemi le pulci, va bene? Soprattutto Ottonieri, e altri della sua risma, stimabile e affascinante risma, peraltro, ma se mi fate le pulci ritiro ogni apprezzamento positivo. In ogni caso mettiamo da parte il vostro pc in quanto oggetto metaforico, per il momento: lo riprenderemo dopo.


Ci sono persone le cui emozioni sono intollerabilmente forti. Letali. Talmente intense da costituire una specie di rombo emozionale, subcontinuo e angosciante.


Una emozione troppo intensa e troppo durevole mette in crisi. E' noto. Particolarmente per le emozioni negative. La depressione reattiva, per esempio. Attacco di panico, un altro esempio. Terrore: avete mai vissuto un momento di vero terrore? E non direi che il terrore sia negativo in assoluto: avete pur visto una quantità di film horror, di polizieschi, siete stati sulle montagne russe e su altri luoghi terrificanti che personalmente trovo intollerabili. Il terrore, quando decentemente limitato entro confini per così dire sicuri è un'emozione ricercata, tanto da indurre la maggior parte di voi a pagare per sperimentarla.


E stiamo arlando di adulti. Persone con un sistema operativo completo, testato, e ragionevomente affidabile, corredato ovviamente del suo set di bachi almeno quanto il vostro windows.


Ora pensate ad un bambino.


Dategli un hardware molto, molto potente, ma metteteci sopra un sistema operativo per così dire in fieri. Ma periferiche e connessioni a volontà, che scaricano dati massivamente, con dentro chissà quanti virus, un rombo emozionale......


Un rombo emozionale può essere un rombo emozionale oppure un rombo emozionale oppure addirittura un ROMBO EMOZIONALE....


 


OK. Io avrei già detto abbastanza della sostanza di ciò che mi ronzava per la testa stasera, o perlomeno avrei fatto tutte le premesse.


Per chi ha letto lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, le considerazioni che seguono saranno abbastanza comprensibili, spero. Mi scuso con gli altri, ma trovo economicamente ragionevole riportare l'intero commento che trovereste nella mia libreria su aNobii, a questo punto. Il libro è la storia di una indagine svolta da un ragazzino non proprio autistico, ma certamente con gravi difficoltà. I critici sono abbastanza concordi nel riconoscervi una sindrome di Asperger, per la precisione una grave forma di questa sindrome, che peraltro si manifesta con livelli di intensità (o gravità che dir si voglia) assai variabili. Davvero molto, molto variabili.  E a questo proposito questo  é il link alla associazione a cui va il mio cinque per mille (l'otto va alla chiesa valdese, per chi fosse assetato di inutili informazioni sulla dottoressa Capsicum)



Lo strano caso, quindi. Il professor Giordani, alcuni decenni fa, ci raccontava che l'esperienza psichica normale e quella patologica sono in continuità, non in semplice contiguità. Pertanto nulla di ciò che un sofferente psichico può provare è basilarmente estranea a ciò che ogni medico psichiatra o psicoterapeuta prova o ha provato o potrebbe provare. Mi sento di integrare le sue affermazioni, innumerevoli volte verificate esatte, con la frase che leggete (o non leggete, ormai) sotto al titolo di questo blog e che vi informa che ognuno di noi diventa medico perché ha bisogno di aiuto. Essa rappresenta la mia personale convinzione, anno dopo anno condivisa e confermata vera da svariati colleghi. Questo fatto incrementa le possibilità che il paziente e il terapeuta comunichino efficacemente. 
La mia copia dello strano caso del cane ucciso a mezzanotte è fitta di sottolineature e di annotazioni. Questo per dire che non l'ho letta velocemente, con disincantato disinteresse o che.


Se posso fare un appunto a Mark Haddon è questo: solo nell'ultima parte del libro lascia affiorare la sofferenza. E comunque è stato bravissimo. E' riuscito ad elencare, se non tutto, quasi tutto quello che c'era da elencare.


Unica noticina che posso fare: nella mia personale esperienza posso dire che ogni singola modalità di azione di un bambino come il protagonista ha una radice almeno duplice, e oltre quella che evidenzia Haddon, c'è sempre, costantemente, una motivazione protettiva, difensiva nei confronti di una specie di rumore di fondo emotivo. Si tratta di quella specie di rombo emozionale che ho usato tante parole per raccontarvi, che rischia in ogni momento di traboccare ed oscurare ogni altra percezione, nel black out assoluto che viene così bene nondescritto dall'autore. 




Il contatto fisico scatena in queste persone un picco emozionale talmente intenso da risultare agonico; la scappatoia, oltre all'evitamento immediato, è quella di sterilizzare l'emozione. 
Nel fare questo ci si pone al di fuori della possibilità di interpretare i comportamenti emotivi altrui, pertanto nella quasi impossibilità di interazione sociale. 
Ribadisco che si tratta di una osservazione basata sulla mia personalissima esperienza, e niente altro, ma tuttavia .... mi chiedo come ha fatto. Io sono una di quelle persone che non possono scrivere se non le cose che hanno visto e sentito. E Haddon?


L'emozione, quindi, può superare le capacità di elaborazione e contenimento del sistema operativo; può minare l'operatività della macchina. In vario grado. Come nella metafora del vostro vecchio pc a cui volete far scaricare tutta le serie di Lost in una volta sola, illegalmente per giunta, comincia a rallentare, ma magari non si pianta.


Soffre, poverino, e voi atrocemente insensibili imprecate e forse bestemmiate anche, contro il dio del web chiunque esso sia, e lasciate giorno e notte che si scaldi orribilmente, nella torrida estate magari, e col condizionatore spento perché tanto voi mica dormite lì..... Prima o poi finirà, quella macchina dannata! E voi avrete il vostro "lost".


Ma forse è un bambino; forse è una bambina; e se ha molta, ma molta fortuna, forse upgraderà il suo sistema operativo  sino a giungere ad un livello più o meno operativo, appunto; non dico ottimale, no, chissà quanti bachi le sono rimasti. Ma funzionerà.


Forse avrà ancora qualche problema con le emozioni. Troppo forti, già.


Forse le verrà una vera fissazione per le emozioni, e forse anche per quella che all'inizio di questo lungo, farraginoso e illeggibile post ho chiamato l'emozione definitiva: la morte. Avrà bisogno di contenerla, di contrastarla, di allontanarla, in un interminabile gioco violento, nel quale ci si respigne e ci si afferra; allontanarla e combatterla, e alla fine, comunque, perdere, va da sé. Ma il lottatore, quello vero, non pensa mai a perdere. Non può. O meglio un misto di non può, non vuole, non deve, non lo farà, e in tutto questo può anche darsi che pensi solo  a non pensarci, in uno strano, vertiginoso abbraccio dell'essere e del finire.. Può darsi che smetta persino di pensare a pensarci, compattando tutto se stesso nello sguardo rivolto al suo nemico. Il nemico che abbraccerà.


Forse addirittura, chissà, avrà bisogno di fare il medico. Perché vi ricordate di che nemico parliamo.


 



P.S. non è mica tutto qui, sapete. Ma davvero, pillolina o no, è tardi abbastanza per dormire.


Ah, lo strano caso mi è stato regalato. Capirete da voi, alla luce della logorrea che m'ha scatenato, che ho contratto con ciò un debito piuttosto rilevante. Tenuto conto di chi è il mio creditore, la cosa non mi dispiace. 

6 commenti:

  1. su una strada infida stasera, eh?

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  2. uh, si e no. E' una sera magnifica, mia cara.

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  3. talvolta il famoso pc, mentre lentamente cerca di scaricare la serie di Lost, e contemporaneamente di aprire un excel di 50 pagine, il tutto a ritmo di musica (in streaming ovviamente), spera solo in una cosa. spera in una morte temporanea. un breve ciclo di silenzio, di assenza, di sospensione, dove poter scomparire. Vuole spegnersi e poi ripartire, migliore, performante.

    ma l'unica possibilita' che gli diamo e' di piantarsi. solo allora capiamo che era troppo.


    Ci sono persone che accumulano emozioni troppo forti e da troppo tempo, e la soglia e' soggettiva, nessuno vede quando si e andati oltre, nessuno sente questo vibrare ininterrotto ad alta frequenza che porta il respiro nel petto e il cuore in alto, troppo in alto per essere placidamente addossato alla sua naturale sede.. magari per anni


    per qualcuno e' una palpebra che sfarfalla

    per altri un leggero balbettio

    chi uno sfogo sulla pelle

    chi un sonno che tarda a venire

    chi un ossessione per lo sport, o per la dieta


    ctrl+alt+del

    servirebbe, talvolta,

    ctrl+alt+del


    Mad

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  4. leggibilissimo invece e densissimo, da togliere un po' il fiato


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  5. Molto bella questa analisi, e molto bello il sottotitolo al tuo blog, che condivido pienamente.

    Se il libro è affascinante quanto il post che ne hai tratto, devo assolutamente comprarlo.

    Un saluto,

    Jordanblue

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  6. io penso sempre, e lo dico anche, che i commenti in questo blog sono talvolta, anzi spesso, più belli e significativi dei post. grazie.

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