sabato 13 giugno 2009

farsi carico

Oggi lezione bellissima di Francesco Campione.


E' di quella che voglio parlare, ma mi tocca prenderla da lontano. Mica tutti i lettori di questo blog sono vecchi amici della dottoressa Capsicum, quindi giova talora una piccola premessa per comprendere cose altrimenti troppo strane.


 


La dottoressa Capsicum, oggi felicemente agiata, è stata miserabile. Povera in canna. Per una serie di fatti e fattacci, crisi e congiunture, si trovò a non poter proseguire gli studi così spavaldamente intrapresi, e a dover ripiegare sulla onorevole e malissimo pagata attività dell'insegnamento. Che fu probabilmente la miglior cosa che potesse capitarle. Invece di diventare una stronzetta alienata, di quelle per cui il contatto con gli altri rimane una dolorosa necessità, fu costretta, per sopravvivere, ad imparare a comunicare e ad occuparsi, malvolentieri, del prossimo. Si sa che necessità fa virtù e quel che odi finisci magari per amarlo....



Insegnavo laboratorio in un istituto professionale. Una situazione in cui ho avuto l'opportunità di imparare molto di più io dai miei allievi che loro da me. Piccole cose di cui essere grati.


Poi ho insegnato altre materie. L'ho fatto per tredici brevissimi anni. E per laurearmi, udite udite, ho impiegato ben nove anni, dall'ottobre 75 all'ottobre 84. Lavorando, si capisce. Perché, ragazzi, non è mica facile e lo sapete tutti, credo, se non ti foraggia nessuno mettere insieme l'affitto con la cena (che il pranzo a volte si salta, e non fa neppure male). Una volta mi sono dovuta rivendere il libro prima di averlo studiato, una fregatura, mi sono mangiata le mani al pensiero che sarebbe bastata qualche ora di sonno in meno ogni sera per qualche settimana per fare in tempo a finirlo prima di doverlo rivendere. Allora non ero ancora insonne: dormivo come un ghiro!


Ma non basta. Questa giovane impicciona si è fatta pure un mandato come rappresentante degli studenti in consiglio di facoltà. I Consigli di Facoltà sono assai più istruttivi delle lezioni universitarie.


Poi ha partecipato a non so più quante sessioni di esami, come docente, come esaminata, come segretaria/assistente di un indimenticabile presidente di commissione, il formidabile dottor Maraiulo che le ha insegnato come fare un verbale inattaccabile in condizioni critiche e coi carabinieri sull'uscio. E che le ha elargito in quella memorabile occasione un elogio tale da farla arrossire.



Questo per dire che di prof ne ho incontrati una valanga, li ho visti far lezione, prepararsela, discuterne accanitamente prima e dopo oppure  tagliar corto con l'occhio all'orologio e  andar via facendo spallucce ;  coordinarsi tra loro o rifiutarsi di farlo, litigare nei consigli docenti, tramare, e passarsi bigliettini come studenti impreparati, prima di qualche votazione talora persino priva di rilievo, prendere cappello e impettirsi per questioni meschine, crucciarsi per i propri studenti oppure fregarsene, dannarsi l'anima o dannare quelle altrui....


Li riconosco. Non voglio essere fraintesa, non è mica una cosa difficile quando ci hai passato tanti anni in mezzo. Se hai modo di ascoltarne una lezione, poi (preferibilmente senza farti notare ;-) .....  Mi bastano cinque minuti a volte, per fotografarli e sapere che lezione saranno capaci di fare. Altre volte li devo osservare più a lungo; tra me e la mia collega ci pensiamo bene prima di dare un incarico. A volte lo so che ho chiamato un docente così così, ma insomma, persino nella didattica si inseriscono problematiche come dire, politiche, e anche se non ti va, qualche volta ne devi tenere conto.


Un lavoro sotterraneo, anche piuttosto ingrato, e pieno di dubbi, ripensamenti, rimpianti; ma oggi uno dei corsisti, uno scafato, un cinquantenne che fa lo specialista, guadagna bene e guida una macchina che costa dieci volte la mia, mi ha fatto un complimento grandissimo. Ha detto che nel nostro corso ha ascoltato non solo tutti docenti bravi, ma quasi tutti docenti straordinariamente bravi.


Evvai, Capsicum! Era questo che volevi sentirti dire, in fondo, così la giornata ha riscattato quella precedente, veramente pessima.


Ora, la lezione di Campione.



anzi, fra un po': ora mi vado a leggere un post su un altro blog, anzi su un paio di vostri blog. poi continuo.. baci



Rieccomi.


La lezione di oggi era alla classe A. Abbiamo due classi, che però tutti i ragazzi chiamano canali. Io continuo a chiamarle classe A e classe B e loro dicono canale A e canale B. (Fanciulli candidi: a me sta storia dei canali suscita associazioni d'idee indecenti, a loro evidentemente no.)


Ok, la lezione di oggi era quindi la replica, avendo la classe B già fatto lo stesso seminario. Ma questa volta, non so perché, è stato davvero tanto ma tanto meglio. Una studentessa, che era rimasta desiderosa di riapprofondire l'argomento, è venuta a riascoltarsi il seminario, e me lo ha fatto notare. Non che non l'avessi notato io stessa. Ero inchiodata sulla sedia ad ascoltare.


Credo che anche i profani possano apprezzare cosa significhi quattro ore ininterrotte di lezione, su argomenti complessi, senza un appunto, senza una slide, senza una lavagna o un pezzo di carta. E senza un errore. Discorso filato, elegantemente illustrato, intessuto con l'interazione dei corsisti, e senza, sentite bene, un solo calo d'attenzione, un solo segno di stanchezza, i busti protesi in avanti, gli occhi distolti solo nei brevi momenti in cui le mani correvano frenetiche a prendere appunti.


E sono usciti per andare in bagno solo, li ho contati, in cinque, tra cui due donne in  dolce attesa.


L'argomento? Il counselling, ovvero l'arte di supportare le persone in un cambiamento.


Veramente c'è chi è convinto che il counselling sia l'arte di far fare alla gente quello che tu ritieni giusto che facciano, una specie di nobile manipolazione, e non a caso molte di quelle che ci vengono vendute come tecniche di comunicazione medico-paziente  sono mutuate dalle tecniche di vendita all'americana.


Io però non mi convinco di sta cosa. Continuo a pensare al counselling come al supporto durante un cambiamento. o una crisi.


Cominciando con la nozione elementare che si tratta di un supporto a persone psichicamente sane, e non di una psicoterapia a persone portatrici di una psicopatologia, è passato a interrogare gli astanti sul pregiudizio, a farli discutere sulla funzione dello stesso e  sui casi in cui è utile o dannoso, è poi passato alla pratica clinica, alle componenti tecniche della stessa, alle modalità di interazione basate sulla tecnica, sull'impegno personale e infine sulla tecnica professionale dell'ascolto empatico. Per ultimo ha detto cosa significa farsi carico. Prendere in carico.


Ok, sappiatelo: quel che manca alla medicina moderna questo è.


Aspetto impaziente martedì prossimo per la seconda parte del discorso.


E credo di sapere perchè è stato così bravo. Perchè stavolta io credo che la lezione gli venisse fuori non solo dalla mente ma anche dal cuore.


5 commenti:

  1. bai trancuilla, piga-nde-dda e tradusi-dda tui, gei ti autorizu deu!

    a si biri

    RispondiElimina
  2. La lezione sarà stata fantastica, ma anche il post sulla stessa, letto da chi ti segue saltuariamente e da poco, non è che fosse da meno. aspetto con ansia la seconda parte.

    RispondiElimina
  3. eh, questo ultimo commento mi risulta ermetico...

    RispondiElimina
  4. Evviva  e onore a  qualsiasi cosa che ti ha impedito di diventare una stronzetta alienata. Ne ho incontrate parecchie.

    Peggio ancora ho conosciuto di recente Lo squalo con la faccia da cocainomane (non dico che lo lo fosse: semplicemente lo sembrava a causa dei brevi lampi di disumana bramosia negli occhi ), ossia il chirurgo che mi ha informata sul mio carcinoma vescicale a colpi di metaforici pugni in faccia. Un cazzotto dal Mike Tyson dei tempi andati mi avrebbe fatto meno male, quantomeno mi avrebbe uccisa subito.

    In attesa di un secondo parere  (l'intervento è da farsi, in ogni caso, e in fretta) mi piace fantasticare di parlare con Lo squalo, invece di scoppiare a piangere come un... essere umano, com'è successo nella realtà. Nella fantasia gli dico: di sangue ne dovrò perdere ma forse con un po' di fortuna  non sarai tu ad averlo, signor eccellenza punto.

    Scusate lo sfogo ma a volte certi medici sono più pericolosi con le parole che col bisturi.

    RispondiElimina