venerdì 10 ottobre 2008

cosa v'è di sacro

Mi sono messa qui, con vicino una tazzina da caffè piena del nocino di Deano, che mi concilia il pensiero astratto. Deano sarebbe il femminile di Deanna, da queste parti, laquale, come diceva il Guareschi, è la trasposizione anglofona della lucente stella Diana, col che si torna dalle parti nostre, al nocino di san giovanni e al liquore di mele, altra specialità stimatissima del Nostro Deano.

Deano il nocino lo fa bene, nocino sole lo chiama, ma assai leggero, così che alla seconda tazzina ancora non mi si concilia il pensiero astratto. Perché il filo della mia personale serata di pensiero è un tema assai più difficile da trattare della religione. E’ l’esperienza del sacro.

Non trattandosi di teologia, ma di pratica, comincio da un vecchio ricordo di me bambina in una piccola chiesa di campagna della sardegna. Una giovane donna mi raccontava la peristoria di santa giusta mentre ci recavamo ad una antica fonte. Ecco, maria giusta era solo una donna, ed aveva figli, forse uno come dice la storia, forse molti, e questi figli soffrivano per la sete di un anno siccitoso. La morte dei suoi figli incombeva e maria giusta pregava, la storia non dice chi e come pregasse, dice che meditava e supplicava e che una voce le parlò: non sgorgherà acqua se non sgorgherà sangue. Maria giusta raccolse l’ispirazione e si gettò sul fondo del pozzo. Il suo sangue bagnò la terra e si confuse con l’acqua che sorse sotto il suo corpo sfracellato, acqua pura, perenne. Ci sarà sempre questa acqua, chiedevo alla ragazza (che si chiamava Velia)? Ci sarà fino a che una madre pregherà per la vita del suo figlio, diceva lei. La fonte era rinchiusa in una colonna. Nascosta, ma ancora accessibile per coloro che ne conoscevano il segreto, nella seconda colonna a destra della chiesa. La gerarchia ecclesiastica per oltre mille anni ha cercato di eliminare la storia del sacrificio umano sul fondo del pozzo, ma nei primi anni sessanta non era ancora riuscita nel suo nobile intento. Ho letto recentemente su un blog in limba che Sa peristoria de maria giusta non è dimenticata.

Ma queste sono solo parole, un raccontino suggestivo. Era estate, calda estate asciutta, l’acqua era razionata, tre ore la notte, a turno. Siccità non vuole dire che non avete da bere, non in sardegna negli anni sessanta. Avete da bere. Avete anche da fare una minestrina e persino, con parsimonia, da lavare i piatti, magari con poco risciacquo. Però non avete da lavarvi, per esempio. Per mesi. Sino a che il vostro odore finisce col piacervi. Fino a che cominciate a conoscere gli odori dei familiari, degli amici, e vi si stampano nella memoria permanendovi più a lungo dei volti. I capelli non li lavate,assolutamente no. Il corpo, con una spugna, e poi sciacquandovi con la stessa acqua che avete usato per il viso, ma non gettandola sulla pelle, no, vi bagnerete un piccolo asciugamano e lo passerete su di voi, pezzo per pezzo, poi lo immergerete ancora nel catino, lo strizzerete e ripartirete su un altro tratto di cute. L’asciugamano diventa caldo, l’acqua diventa calda, e non era fresca neppure in partenza, ed avete un bel da chiudere le finestre. E’ caldo. Caldo. Il respiro è una attività impegnativa.

Nel sole e nella polvere ci dirigevamo alla vecchia chiesa. Lì, all’ombra della prima navata, dove ancora entrava una lama di luce della porta, era la seconda colonna. Aveva una piccola finestra nascosta, dentro lo sportello un chiodo ed un mestolo di legno intagliato. Nel buio della colonna cava un tenue rumore corrente, da cui sprigionava un fresco, un fresco, un tale fresco da rizzarti i peli nell’udirlo, prima ancora d’afferrare il lungo cucchiaio e d’immergerlo sotto il filo gelato della sorgente. Prima di bere la promessa della pioggia.

La sensazione che pervadeva la pelle, che invadeva il naso e poi il petto, era di natura non semplicemente fisica. Quello era, ve lo garantisco, un luogo sacro. Quello, la seconda colonna col suo profondo e insondabile recesso liquido. Il resto della chiesa solo un cumulo di mattoni da depistaggio.

 

Ci sono stati altri luoghi. Molti.

L’ultimo, poche settimane fa, mi colma ancora d’indignazione. Una grotta santissima e sconvolgente, sul ciglio d’uno strapiombo a mare, trasformata chissà quanti secoli fa in volgare dispensa all’uso d’un’Abbazia cistercense, mentre le piccole tombe scavate nella roccia viva guardano come orbite vuote e profanate verso il cielo profondo.

Ed io mi sento uccisa dalla distruzione di quei resti.

Perché se da morti viviamo nella memoria di chi ci ha amato, ecco, io penso a chi mise quei corpi nel più sacro dei luoghi a lui noto, consegnando terra alla terra e polvere alla polvere, nel sentimento d’essere parti d’una stessa cosa, e mi sento io stessa profanata.

 

Nessun commento:

Posta un commento