lunedì 10 dicembre 2007

un post rubato

Questo post è un commento firmato Ez e lasciato sul blog di marco giacosa qui  ://www.marcogiacosa.it/2007/11/30/sul-tumore/


IO L'HO RUBATO, sissignori, l'ho rubato e lo divido con voi. Baci. Capsicum


 


Tra qualche mese sarà un anno anche per mio padre. E mi sembra sia passata una vita.
E’ morto il 24 gennaio 2007, se non sbaglio poche settimane prima di tua madre.
Morì di mercoledì, 10 minuti alle 17, ma in realtà si era addormentato da dieci giorni, 48 ore prima del 6° compleanno di mia figlia, che festeggiammo comunque, lui in coma, pregando il destino perché non fosse così infame da spegnerlo in spregio alla cosa che gli diede più gioia nei suoi ultimi anni di vita.
Lui vissè due anni e tre mesi, in linea con quanto ci disse il chirurgo poche ore dopo l’operazione, ottobre 2004: “Sarà un miracolo se vivrà tre anni”. Così fu, in perfetto tempismo con la mediana che i vari studi predicono per gli operati con la sua classificazione: T4N3M0 (dove sull’M0, sempre secondo il chirurgo, non c’era da farsi illusioni, per via delle micrometastasi).
Chiaramente non servirono le visite, i consulti, folfox e folfiri, 5FU, capecitabina e oxaliplatino. Non servirono i nuovi farmaci, gli anti-angiogenetici o la radioterapia (palliativa).
Non servìrono i pellegrinaggi, le sortite a Candiolo o allo Ieo. Nel primo conoscemmo Roberto Faggiuolo, che da poco è primario dell’oncologia di Alba e che con noi si dimostrò un medico molto sensibile, umano, se questo aggettivo non suonasse amaramente fantozziano. Lesse una mia mail e mi telefonò immediatamente, addirittura non ci negò il suo cellulare. Praticamente un eroe, considerati i costumi della categoria, e spero che la responsabilità non lo pieghi alla norma. Alla norma era piegato tale De Braud, luminare del colon milanese, che mi fece piangere in silenzio (ripiangere) dalla sedia nel suo studio e sino a casa, con mia madre affianco. Mi ripresi solo riaccompagnando lei a casa, per confermare a lui l’ennesima frottola della speranza. Allo Ieo il parcheggio è a pagamento ma l’Avastin in seconda linea non lo danno, perché “costa troppo”. Come i loro consulti, 247 euro anticipati per un quarto d’ora di sfacciata insensibilità, o di sincera e disinteressata vicinanza. Valli a intrepretare gli oscuri percorsi comunicativi di un oncologo.
Anch’io poi ebbi la mia signora L. A. Fu il padre di un mio amico. Si erano riconosciuti in Oncologia e come con altri condivisero questo comune destino trovandosi ogni tanto - effetti collaterali permettendo - nella stanza della chemio (dovrebbero portarci le scolaresche, nella stanza della chemio, quanto ti insegna la stanza della chemio… ). Morì due mesi prima di lui e con mia madre andammo al rosario senza dirlo a casa. Mio padre sapeva, non sapeva, della sua malattia, del suo destino? Non lo so, mi ci sono dannato per troppo tempo e ora non mi interessa più. I cicli di chemioterapia - che lui diceva di fare solo per noi figli, perché noi lo volevamo, e forse era davvero così - sono serviti a fargli vivere circa 6 mesi “liberi da malattia”, come si dice nel linguaggio medico. Il resto fu un mezzo tormento, e chi ci è passato lo sa bene. Solo la morfina gli ha permesso la morte serena che è stata alla fine la nostra unica e magrissima consolazione, insieme al fatto di averlo accontentato nel lasciare un ricordo di lui sulla collina amata da bambino, in un posto che incanta il cuore per quanto è bello. Poca cosa rispetto a quello che almeno io ho vissuto invece come un totale fallimento, quello dell’averlo voluto salvare e del non esserci riuscito. Non credo che me ne vorrebbe, comunque. E averlo avuto anche dopo quei sei mesi fu comunque una grande fortuna. Questa è la morte, penso oggi, più o meno quello che ti disse quel medico, la faccia nascosta della vita. Ha senso scriverne? Sdoganarla? Non lo so, non ne sono sicuro. Forse non abbiamo scelta e l’unico posto dove possiamo viverla è quel doloroso spazio di sè che riserviamo alle cose più intime, incomunicabili.
Io conservo di mio padre una serie di immagini (due in particolare: con mia madre, addormentati mano nella mano nel letto di ospedale dell’ultimo ricovero, e il suo ultimo saluto, appena un cenno della mano, poche ore prima che si addormentasse per sempre). Poi tanti rimorsi, per come io sono stato. La malattia mi ha lasciato il suo esempio, mi ha reso limpidi suoi insegnamenti che prima non avevo colto o saputo cogliere, che prima non vedevo. Nella malattia gli ho riconosciuto un coraggio e che ora gli invidiò. Come la capacità di essere veramente uomo, al di sopra di ogni dubbio. La sua è stata per me una lezione di amore totale (non so proprio come dire diversamente), che alla fine è l’unica cosa che ci può far guardare alla morte senza annegare nella disperazione. Per questo lo ringrazio. Anche per questo penso che della morte non serva parlare. L’effimero che siamo ormai l’ho dentro, intimamente. Il resto posso viverlo solo entro di me. Stai bene. Sia loro lieve la terra. (Ez).

2 commenti:

  1. Non l'hai rubato, è un doloroso regalo.

    Un bacio

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  2. "l'effimero che siamo ormai l'ho dentro"...

    è esattamente quello che sento ...cambiata per sempre dalla morte di mio padre, sto veramente e intimamente capendo il senso vero delle parole "per sempre" e "mai più", la consapevolezza che più nulla sarà come prima, e il cuore a cui un pezzo è stato irrimediabilmente strappato

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