sabato 13 gennaio 2007

E' sabato, vado alla spesa. Incontro due amici, prima. Lei è tanto carina e io l'adoro. Lui  lavora con me e quando andrà in pensione penso che sarò tentata di suicidarmi o andare in pensione anch'io. L'incontro mi mette di ottimo umore. Sono felice, cammino sulle nuvole. E una voce mi chiama. Mi giro è c'è un'altra amica, una collega. Ha la faccia gonfia e gli occhi rossi. La guardo, le sorrido, dico qualcosa e poi la guardo meglio "ma stai bene?" e lei "non potrei star peggio".


Così, mi dice, un mese fa mio marito ha fatto una colica, sai ha i calcoli al fegato, ma erano due anni che non faceva coliche. L'ho mandato da T. a fare un'eco. Poi T. mi ha telefonato e mi ha detto, sai, non è più lo stesso fegato, e io, lo sai quando non vuoi capire? lui ha dovuto spiegarmi, e io non capivo, ha detto ci sono delle lesioni, ed io non capivo. Poi ci sono arrivata. Ha il fegato distrutto dalle metastasi.


Io mi sento un'aria fredda dentro, e tutto intorno, non ci si abitua mai a quel freddo, e la guardo e chiedo e lei risponde. Non lo sappiamo. L'oncologa, sai L., la conosci, dice che potrebbe essere un neuroendocrino, un bastardo pancreatico, veloce, cattivo, ma alla tac non si è trovato. Le metastasi sono solo nel fegato, ma è pieno. Io non so cosa fare, improvvisamente non so nulla, l'altra sera ha avuto dolore e non sapevo decidere neppure se fargli un orudis. Mi dico che forse, se ci sono i recettori e se si trovano, si può curare, ma tu lo sai, ci sono solo due possibilità. E intanto non li abbiamo trovati i recettori, la biopsia era insufficiente, ne farà un'altra, ma i giorni passano, anche le settimane, lui è calato nove chili in un mese, e io dico mi debbo preparare, ma non riesco a pensare oltre le prossime dodici ore. E non riesco a pensare altro che da moglie. Non lo posso curare. Non sono più capace. Non lui.


Va bene. Tanto per dire. I medici non stanno in un mondo diverso da quello dei pazienti. E le cose che sanno, non li proteggono da nulla. Solo, i medici non possono dar la colpa a nessuno. Non possono sfogare la propria rabbia incolpando una malasanità, un errore di qualcuno, una medicina matrigna che potrebbe fare il miracolo ma non lo fa per negligenza o forse per malvagità. E' questo che fanno i pazienti, spesso. (E' umano, lo sappiamo, ma fa male.)


I medici non possono raccontarsi balle. Stanno lì, e soffrono, e guardano le prossime dodici ore, e debbono dire qualcosa ai figli, al marito, e in quella famiglia nessuno può godersi il lusso di una pia illusione, di una compassionevole menzogna. Nessuno ti darà le cattive notizie un passo per volta, nessuno si prenderà il peso della verità per consegnartelo un pezzetto alla volta, in modo che tu te lo possa caricare pian piano, nessuno ti accompagnerà.


Io lo so. Mi è già successo. Mi sta di nuovo succedendo. E succederà ancora, in futuro, se le statistiche valgono qualcosa.


Così telefonerò spesso alla mia amica, e collega, e parleremo di quello di cui si può parlare. Io ascolterò, mentre lei mi dice le cose che  diciamo ai pazienti, in genere. Le cose che nessuno dice a lei perchè già le sa. E parleremo dei figli, e degli analgesici, e delle prossime dodici ore.

2 commenti:

  1. io credo che i medici, di fronte alla morte (vicino), siano in assoluto i più sguarniti. forse proprio perchè così guarniti. come una rimozione coperta dal 'controllo', 'efficiente'.

    al fondo spaurita.

    con tenerezza.

    f_e_d

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  2. Lo so, anche il mio dottor Zeta l'anno scorso, quando è morta sua mamma, ha vacillato. Però mi ricordo quella frase "almeno sono riuscito anon farla soffrire"... Ecco, un medico almeno può aiutare il suo caro così. Un abbraccio

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