domenica 3 settembre 2006

UN ROMANZO DI 1200 PAGINE.


di Gino Tasca

 

Un romanzo di 1200 pagine, beh, partiamo dalla materialità quasi offensiva di questo dato e chiediamoci “ma sono poi così tanti i romanzi di 1200 pagine?”.

A me è venuto in mente proprio poco, anzi, oltre a “L’uomo senza qualità” di Musil di cui dovrei controllare il tonnellaggio, solo “Guerra e Pace” di Tolstoj.

E non so se posso comprendere nello scarno elenco

A – “La récherche du temps perdu” di Proust che si articola in più romanzi.

B – la “Bibbia” che, forse, non è un romanzo.

C – “Maigret” che pur non essendo un romanzo ha unitarietà di protagonista.

D – “Le mille e una notte”

 

Ma proprio le mille e una notte mi dicono quale sia la posta in gioco – e bisogna ricordarsi che a giocare giochi crudelissimi erano gli dei -  e cioè frodare la morte con dei racconti.

 

Devo farmi venire in mente sempre nuove storie perché si possa fingere che non si morrà.

Scrivere insomma – narrare – è cercare di tessere la morte dentro ad un arazzo di storie e così annientarla.

Si narra perché la morte si dimentichi o perché s’addormenti.

Poi, lo si sa, i filo della trama lo tiene sempre lei e va a finire che le tarme – critiche severe – si mangino il cuore dell’arazzo.

 

Ma noi si sarà provato il gioco – e questa sarà stato il nostro coraggio.

 

Ma per incantare la morte (nel senso di bloccarla – come si dice “mi si è bloccato il motore”) basta fabulare e non conta certo come lo si faccia: con piccoli haiku di cinque versi e con “I miserabili” (eccone un altro che forse supera le 1200 pagine!).

Si può addirittura far coincidere la vita con la narrazione.

Cos’altro fa un serial tipo Beautiful?

Ti accompagna alla morte, narrando storie.

E, in fatto di “intrigo”, nessuno può gareggiare con questo tipo di narrazione.

Quindi “Boodenbrok” (il più bel romanzo “familiare”) exit?

Niente più “saghe familiari”?

 

Di cosa è fatto un romanzo “lungo” (non “grande”)?

Di intrighi, gossips – insomma della dialettica infinita del sapere e del non-sapere.

 

E’ questo è un meccanismo eterno – anzi - una grande macchina celibataria che coita solo raccontando e che potrebbe, quasi, funzionare da sé.

(Nei serials, infatti, la produzione è “fordista”, tipo catena di montaggio, riscoprendo nella “produzione” – “seriale”, appunto – l’anonimia del medioevo: chissà chi mai avrà scritto quella puntata di Beautiful? E gli storici post-catastrofe atomica riusciranno a scoprire le varie “mani” come in un affresco romanico?)

 

Discrimine.

La récherche contamina il romanzo con il saggio, l’autobiografia, il lirismo, la psicanalisi.

Musil con il saggio filosofico e il libro storico.

Ulysses con la mitografia e la psicosi linguistica che sfocerà in Finnegans wake.

 

Sembrava che dopo non si potesse più scrivere.

E le avanguardie ci credavano proprio.

Poi si è scoperto che non solo le servette amano le narrazioni ma anche gli scrittori e a cuor leggero – forse troppo – si è ripreso a raccontare.

Presi tra il tinello e il trucidismo.

 

Ma con piccole misure.

Gli unici romanzi che superano le quattrocento pagine (gli unici che leggo – non uso mai eroina che mi dia uno splash di tre minuti: preferisco un effetto meno violento ma che duri) sono i gialli.

Dove ci siano, insomma, intrighi.

 

E torniamo ai nodi, alla tessitura.

Forse, per scrivere un romanzo di 1200 pagine (era questo l’assunto, no?)  basta mettersi alla periferia di una tela di ragno ed aspettare che le mosche vi si impigliano.

Attenti, però, a non credersi il ragno o, peggio ancora, la tela.

 

Ma cosa raccontare in un luuuuuuungo romanzo di 1200 pagine?

E non risultare ridicoli: perché questo è uno dei rischi reali di chi narra oggi.

Innimaginabili le isterie para-sadiane dei personaggi di Dostoevskj, no?



(questo post andrebbe datato 22 agosto)

 

2 commenti:

  1. ma , mi chiedo, le 1200 pagine sono davvero fondamentali?

    sempre per la questione della morte...

    Guardi io alla morte non ci credo tanto, alla morte da morti dico; la morte da vivi in effetti è diffusa, ma è piuttosto un coma vigile... il medico è lei, io vivo un'allegra ipocondria, cicaleggio, la morte m'ignora, non mi trova interessante.

    ma visto che qui siamo alle radici dell'ozio e, visto che io sono oziosissima Cicala, mi par lecito lasciare "un attimo affrancato dal tempo"; ecco, guardi lo poggio qui, ne faccia quel che crede, non so proprio quante pagine possano venirne, o sospiri, o respiri...o magari gemiti... languidi però, faccia lei... io ora mi dileguo...

    :-)

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  2. oh, la questione della morte può anche essere negata, non c'è nulla di male. e allora si fa presto. Zero pagine. Gino Tasca ormai sa tutto sulla morte. Prima o poi lo sapremo anche noi. Questa citazione voleva solo essere un ricordo di una persona acutissima, aperta, che non ho mai conosciuto di persona ma che ho avuto modo di apprezzare attraverso la rete. I suoi interventi erano, e rimangono come è evidente anche ora, degli splendidi spunti per riflessioni, discussioni, mai banali o superficiali. E' tutto. Cioè è tutta la spiegazione che mi sento di dare. Baci

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