giovedì 29 giugno 2006

Il vecchio prepotente si è beccato un intervento palliativo. E' successo che quando il mio amico chirurgo, quello bello, anzi molto bello, ha aperto l'addome, si è trovato un intestino occluso e un cancro che invadeva la parete addominale sia davanti che dietro, il peritoneo completamente pieno, il trasverso perforato e con una raccolta da fistola. Allora ha capito che non si pioteva ripulire tutto, così ha cercato di traumatizzare il meno possibile, ha fatto una derivazione ileo colica in modo che l'intestino non si chiuda, così da evitare una occulsione con tutto il dolore e l'agonia che ne consegue, ha piazzato un drenaggio nella raccolta e uno dove ha scollato l'omento, ed ha terminato l'intervento così. Tra preparazione, anestesia e risveglio poco meno di due ore. Il vecchio prepotente avrebbe superato anche un intervento lungo. Le sue condizioni generali erano buone, ottime se teniamo conto dell'età e di un mese e più di digiuno totale. S'è svegliato, ha riconosciuto il chirurgo e l'ha salutato.


E ora bisogna decidere che si fa.


Direte: cosa vorrebbe lui?


Si, quel che vorrebbe lui lo sappiamo, ma quel che è in grado di fare la famiglia è un altro paio di maniche.


Alla famiglia non ci pensa mai nessuno.


Quanto possiamo chiedere ai parenti? Cosa sono in grado di fare? E dove, anche. Perchè, vedete, l'assistenza sul territorio non è omogenea. Nel paese dove vive il vecchio prepotente certe strutture e certo tipo di aiuto alla famiglia non c'è, invece nel paese dove vive la figlia si. Ma se lo spostiamo a casa della figlia perderà i contatti col resto della famiglia. E' giusto questo?


Ci sarebbe poi la possibilità di portarlo in Hospice. Lì starebbe bene, ma è in un altro paese ancora, e sarebbe lontano da tutti i familiari. E poi non gli piacerebbe affatto. Oppre una lungodegenza in un ospedale privato convenzionato, soluzione di compromesso.


Ora uno potrebbe chiedere anche: ma tu, medico, cosa c'entri?


C'entro, c'entro. E se non ci volessi entrare mi ci tirano. Mi tocca dire i pro e i contro di ogni soluzione, discutere, mediare,e alla fine c'è la domanda cruciale: se fosse il suo babbo, cosa farebbe lei? O gli rispondi, diplomaticamente e pilatescamente " ma non è il mio babbo, è il vostro", oppure rispondi sinceramente. Chiarendo che la scelta che andrebbe bene per te potrebbe non essere la migliore per loro.


Ok, abbiamo qualche giorno per parlare, poi si va.

6 commenti:

  1. ...il paziente ha sempre il brutto vizio di frapporsi tra il medico e la malattia :-/

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  2. mi piace questa. E specularmente il medico pure ha il brutto vizio di frapporsi tra il paziente e la sua malattia. Ma, vedi, quello che c'è scritto in testata del blog è vero. Noi diventiamo medici perchè abbiamo bisogno d'aiuto. E sai chi ci aiuta? I pazienti. Loro ci aiutano, permettendoci di combattere le loro malattie e le loro morti ci consentono di venire a patti con le nostre paure. Ma non è questo tutto l'aiuto di cui abbiamo bisogno. Se qualcuno, un buon medico, ci fornisce l'aiuto di cui abbiamo davvero bisogno, cioè quello specchio che davvero ci serve per guardarci in faccia e non avere più paura, allora diventiamo dei buoni medici anche noi. Il che spiega perchè ci siano tanti medici e così pochi buoni :))) baci. Capsicum

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  3. Già, credo che uno nel tuo mestiere si debba proteggere un po', per mantenere la capacità di proseguire.


    I parenti forse chiedono perchè non sanno, oppure perchè non vogliono sapere.

    Difficile, anzi durissimo spezzare le proprie comode abitudini quando improvvisamente hai qualcuno vicino che sta male.

    Stendiamo un velo sui pensieri che attraversano la mente in quei momenti, tanto sono indicibili.


    Quanto a te, chi si trova ad essere responsabile di altre persone, è bene che non mostri troppo il proprio buon cuore, altrimenti viene caricato di tutti i fardelli che spettano ad altri.


    Tanto nel proprio agire si arriva solo a un certo punto, e poi le cose vanno per il loro verso :-)

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  4. è un altro il problema, mare. il medico non può e non deve pigliare le decisioni degli altri. non gli tocca di decidere se uno deve o no fare una cura, se uno deve o no tenersi il moribondo a casa, se uno deve o no ricoverare il nonno in casa di riposo. non si tratta di un proteggersi del medico. si tratta che ogni persona deve pigliare le sue decisioni e non le può delegare ad un altro. così se io so che il vecchio prepotente starebbe bene a casa sua a morire, eppure non posso decidere io per la figlia e per lui, chiaro? io posso e debbo illustrare tutte le possibilità, posso e debbo anche dare il mio parere, se richiesto, ma deve essere ben chiaro che non sono io che decido. questo vuole dire anche che per i parenti è più difficile. si debbono pigliare la responsabilità, non la pèossono scaricare a me nè a nessuno. è vero. e allora? la libertà significa anche questo. ma significa anche che se non te la senti di tenere il vecchio prepotente a moirire a casa me lo dici e io, anche se al tuo posto farei diversamente, te lo faccio ricoverare in hospice.

    Il senso del mio discorso è questo: si tratta di rispettare le decisioni dei pazienti e dei care givers, pure quando ci mettono un secolo a decidere e alla fine non saresti d'accordo, e di farlo SENZA FARSI PIGLIARE DALLA TENTAZIONE DI DECIDERE PER LORO ANCHE SE TU NE SAI PIU' DI LORO. Ecco, il senso di quello che volevo dire è questo.

    Ed è anche: per coretesia, non chiedetemi di decidere per voi perchè non lo posso fare.

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  5. ecco, ho tra due giorni clinica medica, e leggere di ste cose mi fa davvero distrarre.

    ecco.

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  6. Proprio quello che intendevo anch'io :-)

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