mercoledì 31 maggio 2006

Questa faccenda del blog si infrange contro il fatto che mica sempre ci sono delle cose da dire. Nella vita riempiamo i silenzi con chiacchiere il cui significato, come diceva Asimov, mi pare, è: io sono vivo e tu?


Io sono viva, stamattina mi sono fatta martirizzare la gengiva dal dentista e l'ho pure riccamente pagato. Ho mangiato pochissimo, e sono cresciuta anche di mezzo chilo. Ma vi pare? L'amico mio dietologo dice sempre che sono impossibile, che con quel che mi fa mangiare dovrei calare due chili e mezzo la settimana, almeno, non tre etti. Oggi pomeriggio mi ha esortata a lasciare lì i pazienti e andare a farmi un'oretta di corsa. Bene, gli ho risposto, ti passo la mia cartella delle ricette da fare  e la mia agenda e mi sostituisci tu. Ha ghignato, m'ha rivolto un cenno vago e se n'è ito voltandomi le spalle.


Nessuno è disposto a sacrificarsi per la mia linea.


Ma io metterò una taglia 46 prima della fine dell'estate! Alla faccia!

2 commenti:

  1. Se uno guarda in giro per i blog si rende conto che avere cose da dire non è poi così importante.

    Il blog non è cioè sempre o solo comunicazione di concetti, ma momento di scambio affettivo. Una volta forse si usciva di casa, si andava in piazza a fare quattro chiacchere: discorsi ripetitivi e senza un grosso peso, ma utili allo scambio di calore umano di cui evidente c'è bisogno.


    Molti anni fa i contadini romagnoli, nelle lunghe serate d'inverno, usavano andare a "treb", che vuol dire "a fare visita".

    Si riunivano nella stalla adiacente la casa, perchè era l'unico posto caldo.

    I discorsi erano sempre quelli: pur essendo molto poveri, parlavano di un eventuale cambio della moneta, come se la cosa riguardasse anche chi non aveva una lira.

    Qualcuno ricordava i tempi della grande guerra, o di quando le campagne erano buie e bisognava portarsi un coltello in tasca di notte per difendersi dai briganti.

    Alla fine di tutti questi inutili discorsi che cosa rimaneva: il calore umano che era stato scambiato, il senso di non essere anime perse nel mondo.


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  2. Un pò fuori tempo massimo, ma ci sono capitata solo ora: credo non fosse Asimov, ma Konrad Lorenz che aveva così interpretato il richiamo dell'ochetta Martina, che andava in angoscia se al suo "vivivivi" non rispondeva il "quaquaqua" del suo padre adottivo... in molte nostre conversazioni in effetti non conta il contenuto, ma che qualcuno ci risponda una cosa qualsiasi: io sono qui, tu dove sei?

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