giovedì 21 aprile 2005

AMARETTI & C.

Mio figlio per il suo compleanno vuole fare i mini amaretti, da portare agli amici a scuola insieme alle loro”tradizionali” torte sacher. Lezione di cucina, quindi.
"Mamma, faccio tutto io, guardami soltanto".
E io lo guardo impaziente mentre lentamente, micropezzettino per micropezzettino, martirizza la buccia di un limone. Prima della fine ha capito come si usa un pelapatate. Pesa i trecento grammmi di zucchero in una tazza, ne mette metà nel boccale del mixer, aggiunge la scorza di limone e trita. Poi pesa i trecentosessanta grammi di mandorle e piano piano le aggiunge nel mixer per tritarle con lo zucchero. Certo che vengono tritate fini, a due alla volta! Poi aggiunge il resto dello zucchero e comincia un sanguinoso corpo a corpo per separare i tuorli delle uova dagli albumi. Vista la manualità del ragazzone, gli mostro il trucco del cucchiaio. Finalmente i tre albumi finiscono nel mixer col resto. Mette la pasta in una ciotola raschiando accuratamente il boccale e sospira.
A questo punto è molto stanco, gli duole persino la schiena, e ricordandomi che la pasta deve riposare, va a fare altrettanto davanti ad un videogioco.

Io mi guardo intorno e ripulisco meccanicamente la cucina, poi considero i tre tuorli abbandonati e decido di fare i cantucci di
Comida, che abbisognano giusto di tre tuorli scompagnati. Mentre il kenwood impasta, mi ricordo che ho da completare la crema di limoncello, ricetta copincollata nel forum, così peso 850 grammi di zucchero, 1250 di latte, due cucchiai di maizena, e metto tutto nel bimby a bollire a 100 gradi per 13 minuti a velocità 4. Una volta raffreddato lo sciroppo, ci aggiungerò il mezzo litro d’alcol in cui da tre giorni macerano le bucce pelate di quattro bei limoni naturali, poi nelle bottiglie e in frezer. E’ una crema di limoncello velocissima e fantastica, questa!

Intanto penso a questo nuovo Papa. S’è vestito da Benedetto, con la stessa stola del Quindicesimo, quella delle foto ufficiali, la stessa veste ricamata sulla tonaca nera e l’identica mozzetta rossa. Oh, sono una cattiva ragazza, ma mi viene l’idea che quella stola se la fosse fatta cercare già da prima. Vuoi che fosse proprio per caso nella Sistina? O che ce ne sia più di una, vera opera d’arte del ricamo, rossa di seta con dipinti in filo d’oro i quattro evangelisti? O che sia una stola tradizionale, lì pronta per tutte le elezioni papali? Forse si, va là.

Certo che, mi dico mentre rovescio l’impasto sulla spianatoia infarinata, è un lavoraccio riuscire a conciliare la purezza della fede con tutti qui comandamenti della Chiesa e con quell’Ama il prossimo tuo come te stesso che il Cristo ci ha lasciato.


 
Ci sono quattrocento grammi di farina, duecentocinquanta di zucchero, una bustina di vanillina e una di lievito, e tre uova intere con tre tuorli , i tre avanzi d’amaretto, nella pasta giallissima e morbida sotto le mie mani. E aggiungo due etti e mezzo di mandorle continuando a impastare.

Amare il prossimo, prendersi cura di lui. Sono forse io il custode di mio fratello? chiedeva Caino a Dio. E la risposta, alla luce di quest’Ama il prossimo, è chiaramente Si!
Ma è dannatamente difficile persino riuscire a prendersi cura dei loro corpi senza irritarsi, senza adirarsi, innervosirsi, amareggiarsi e stizzirsi un centinaio di volte al giorno.
E io debbo prendermi cura solo della salute dei corpi!

Intanto fodero una teglia con carta da forno e ci adagio sopra i salamoni fatti con l’impasto dei cantucci, poi li inforno nel forno già scaldato da mio figlio per gli amaretti, e ripulisco di nuovo la cucina. Metto lo sciroppo di latte a raffreddare e vado a cercare l’esausto neo pasticcere.

Ora gli preparo le palline di pasta prendendola a piccole porzioni con due cucchiaini e le metto in una ciotola di zucchero. Lui ne raccoglie una per volta, la rotola nello zucchero e la modella come una polpettina, poi la mette in un pirottino colorato da praline, di quelli piccolini. E’ una variante mia, questa, dei tradizionali amaretti quartesi: gli amaretti cuociono perfettamente, hanno un aspetto deliziosamente rifinito dentro i pirottini verdi, gialli, bianchi o neri, si servono molto bene e, così piccini, uno tira l’altro. Ne vengono circa venticinque per ogni albume.

Già. La salute dei corpi. Mentre me ne prendo cura mi trovo continuamente a contravvenire ai dettami cattolici per la salute delle anime. Ogni volta che prescrivo una pillola, ogni volta che spiego le regole per una interruzione di gravidanza o preparo la documentazione per la stessa, ogni volta che fornisco dati, notizie e indirizzi per un centro estero di fecondazione assistita, dove viga una legislazione meno cattolicamente retriva della nostra. Lo sapete che si possono trasferire solo tre embrioni per volta? Peccato che nella stragrande maggioranza dei casi con tre embrioni non ne attecchisce nessuno. E’ per questo che ne mettevano in genere quattro o cinque. Così è garantito che di cicli di fecondazione ne farai almeno tre o quattro per restare incinta. Con tutta la trafila di stimolazioni ovariche, impianto, angosce, esami, controllo eccetera eccetera. Queste donne arrivano alla fine stremate.

Così, per me è difficile conciliare la salute dei corpi e delle menti con quella delle anime. Per fortuna non mi spetta di farlo. Mi rendo conto che per un Papa la scelta è semplice: prima l’anima immortale, sempre.
Ma con questa motivazione, con questa giustificazione, la Chiesa ha commesso le peggiori atrocità. La strage degli ebrei, quella delle donne tacciate di stregoneria, quella degli eretici vari. La copertura ideologica delle varie guerre di religione, della schiavitù, del colonialismo. Nel nome della preminenza della salute dell’anima su quella del corpo. Difficile, quindi, il lavoro di un Papa. Sempre in bilico tra i comandamenti della Chiesa e quel terrificante “Ama il prossimo tuo”. Non “Ama l’Anima del prossimo tuo”, no!

Per fortuna le mie preoccupazioni sono decisamente minori: debbo correre a controllare i cantucci che potrebbero ssere già cotti, visto il tempo che ci ha messo il giovanottone, da me assistito, a preparare gli amarettini.
Infatti sono cotti. Inforno la prima teglia di amaretti, torno di là a ripulire, riprendo dentro lo sciroppo che si raffreddava sul terrazzo e gli aggiungo l’alcol delle bucce di limone, mescolo bene e travaso nelle bottiglie. Ne vengono circa due litri e un quarto, tre bottiglie che finiscono subito in congelatore. Previo assaggio. Ottimo.
Affetto i cantucci e li dispongo sulla teglia. Li infilerò di nuovo in forno, dopo la cottura deli amaretti, fino a che non diventeranno dorati.
Il Maestro Pasticcere di là sta battendo freneticamente sulla tastiera del pc, completamente indifferente alla sorte delle sue creazioni, pronto a ricordarsene non appena il profumo delle stesse si sprigionerà dal forno, inondando la casa.

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