sabato 19 febbraio 2005

DI CHE COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO D'AMORE

Linguaggi. Ho fatto un master qualche anno fa in "tecniche del colloquio psichiatrico e comunicazione medico paziente in medicina generale" Una cosa fantastica. Ci siamo videoregistrati durante le nostre visite. La cosa pazzesca è che i pazienti hanno accettato praticamente tutti non appena gli abbiamo detto che era un "compito a casa" del loro medico che andava a scuola per imparare a parlare con loro.
 
Quel master lì era organizzato da un collega simpaticissimo che si chiamava Giuseppe Leggieri. Aveva una leucemia ed è morto meno di due anni dopo. Comunque questo non c'entra.
Ascoltando la storia raccontata da un altro nostro collega, mi ricordo che scrissi la sceneggiatura di un fumetto, "Il Re dei Ragni", e gliela regalai. Dopo di allora ci siamo rivisti solo mentre era nel mezzo della sua malattia, un paio di volte. Avevo un gran desiderio di telefonargli, ma quando mi sono risolta a farlo era troppo tardi.
 
Mi piacerebbe raccontare una esperienza come quel master, oppure una come i corsi della Scuola di Cure Palliative di Varenna. Mi piacerebbe raccontare di come un collega anestesista col cancro al polmone tiene un focus group sulla sua esperienza durante la chemioterapia, o come un gruppo di seri professionisti si scateni a suonare tamburi e maracas e a sbattere dei manici di scopa uno contro l'altro.
 
Cosa c'è dietro la mia scrivania, dietro la mia storia, dietro il mio silenzio. Le sedute col mio psichiatra, a parlare di morte e morenti e del senso della morte.
 
Le riunioni con i miei colleghi, i momenti in cui uno o l'altro di noi è vicino vicino al burn out, lo strano caso dei medici che si prendono cura di loro stessi tra loro. Un titolo da Conan Doyle.
 
Ho parlato tanto dei miei pazienti morenti, non potrei parlare di noi? Della Compagnia della Flebo? Dei moderni Monatti?
 
Già mentre eravamo studenti gli amici non volevano sedersi vicino a due di noi, perchè durante la cena o seduti all'osteria non parlavamo d'altro che di cadaveri, malattie, tagli nelle pance, parti cruenti, e più avanti, da giovani laureati, di notti caotiche, di morti improvvise, di cadaveri decomposti trovati nelle cantine, di cadaveri traforati da scariche di pallettoni davanti alla pasticceria del paese vicino, così la domenica il povero amico che va a comprare i pasticcini si ricorda di quel che ti ha sentito raccontare e porta a casa i bignè ma non riesce a mangiarne neppure uno.
 
Questa è l'essenza dell'essere Monatto: bere da solo, mangiare da solo, sempre coi suoi simili, nelle ore più strane dopo il giro del carretto per le vie, dopo lo scarico del suo fardello inevitabile nel punto nascosto alla coscienza altrui, dopo il rogo, a tarda sera.
 
Ci troviamo spesso tra noi, medici con medici e con altri medici, ospedalieri con medici di famiglia è il massimo della varietà dell'estrazione sociale, senza mariti e senza mogli, perchè i nostri compagni ne hanno fin sopra i capelli dei nostri intollerabili discorsi, e mangiamo e beviamo e raccontiamo barzellette, proprio come gli altri, ma abbiamo il puzzo addosso, l'ombra della Signora curva sulla spalla d'ognuno, perchè noi abbiamo questo destino, di non poter far finta di nulla, di non poter rimuovere, di non poter negare. E' lì il pensiero. Quanti anni ho, quanto manca alla pensione, quanto manca alla morte. Credo che sia questo il profondo (ma mica tanto profondo) motivo per cui i medici tirano a lavorare fino a settant'anni, e spesso anche oltre: per non dover fare il conto alla rovescia con la differenza tra la loro età e l'aspettativa di vita media.
 
Questo significa, per esempio, che per essere un buon medico non è necessario essere buono. Ma è necessario essere, come dire, sincero fino in fondo davanti al proprio specchio, al mattino.

2 commenti:

  1. Finalmente sei tornata, Cecilia!

    Toni

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  2. ciao Toni! come sono contenta di sentirti! Ho avuto un momento di mutismo depressivo, nulla di insuperabile. Baci

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