mercoledì 23 giugno 2004

NOIA?


Forse è arrivato il momento in cui le mie storie cominciano ad essere ripetitive.Le persone malate si somigliano tutte, i vecchietti in casa di riposo hanno tutti le stesse manine sottili e scarne, gli stessi due o tre tipi di tremori, le dentiere che si spostano mentre parlano e strati su strati di vestiti anche in estate. Ti scambiano tutti per una vicina di casa o per la loro mamma o per la nipote che non viene mai a trovarli, ed hanno l'identica aria smarrita e confusa di chi non capisce bene dove sta  e cosa succede e cerca di imbastire  due frasi di circostanza per non darlo a vedere.


Ad un certo punto ti accorgi che da due settimane non hai notizia di una malata grave che vive da sola e la cerchi dappertutto, nei reparti dei vicini ospedali, nell'Hospice del paese vicino, nei necrologi, e poi ti rendi conto che è una poveraccia sola, nei necrologi non ce la metterebbe nessuno. Il telefono squilla a vuoto, il campanello di casa pure, prima o poi ti arriva la comunicazione dell'Azienda USL con scritto Revoca per Morte, con la data, ed eccoti accontentata: qualcuno ti ha notiziata, come diceva quel mio paziente ex questurino.


Gli infermieri si assomigliano tutti, lavorano, soffrono, prima o poi scoppiano, non ne possono più, e allora cambiano reparto oppure ospedale, oppure passano dall'ospedale al servizio domiciliare o viceversa, gli viene l'ernia del disco a furia di sollevare pazienti che pesano dai 50 ai 180 chili, a volte addormentati dall'anestesia, a volte in coma, altre volte troppo deboli per muoversi da soli. E' vero che ci sono gli OTA ( o OSA o OSSB), cioè i vecchi infermieri generici, a fare il lavoro pesante, ma non dappertutto: in sala operatoria no, per esempio, e neanche in terapia intensiva. Oggi ho parlato con un infermiere che lavora in un reparto chirurgico specializzato in grandi obesi: se ne vuole andare, i pazienti più magri pesano 130 chili, i colleghi continuano a mettersi in malattia per lombalgie, strappi eccetera, per giunta i grassoni sono pure antipatici chè uno pensa accidentei tu brutto stronzo mangi  per decenni da far vomitare a guardarti e poi io mi debbo ammazzare per spostare i tuoi duecentodieci chili che tu stesso non riesci a portare dal letto alla poltrona? I grassi sono antipatici quando li devi assistere e farti carico dei loro pesanti problemi, letteralmente.


I pazienti si assomigliano tutti, gentili e leccac*** quando ti stanno seduti davanti e vogliono qualcosa da te, velenosi che seminano maldicenze fuori dalla porta mentre aspettano il loro turno e dicono: ecco, come si fa, questa non c'è mai e quando c'è ti tocca aspettare delle mezze ore e poi guarda, mi tiene la pressione così bassa che ho le vertigini, insomma questa fissazione della pressione bassa, io sono stufo, ci ammazzerà tutti, e l'altra seduta vicinoa lui che con la sua voce musicale aggiunge, e poi per farsi scrivere un'urgenza bisogna chiederglielo di persona, manco le costasse dei soldi, non capisco cosa le costa o che ci guadagna a dirti di no e poi vuole sapere perchè e per come, anche se le chiedi una ricetta ti fa tante domande e tante storie e chi gliel'ha prescritta e perchè la vuole, e anche se magari una signora interolquisce timidamente ma allora, scusi, perchè lei non cambia medico, così noialtri facciamo prima a farci visitare, che tanto la dottoressa è piena ed io ho dovuto fare la posta un mese, andando tutti i giorni a chiedere se si libera un posto? magari se lei cambiava medico io non avevo bisogno di aspettare un mese il posto dalla dottoressa. Ma non vuol dire nulla, anche lei la prima volta che avrà un piccolo motivo di scontentezza scrollerà la testa unendosi al coro delle lamentele....


Ma quando stanno male, davvero male, allora sono quelli delle mie storie, collaborano, ti seguono, ti ascoltano, come si segue la guida nella giungla mentre il leone ruggisce nel folto e tu hai paura e ti stringi alle spalle del cacciatore che ti precede col fucilone. Non debbo farmi infgannare dai loro atteggiamenti nel momento del pericolo, la fiducia è temporanea, e poi ti associano al momento della sofferenza, passata quella non ci vogliono nemmeno pensare a te, perchè gli ricordi cose che vorrebbero dimenticare.


Ma quello che veramente mi fa saltare la mosca al naso sono quelli che alla fine ti dicono che fare il medico, comunque, è una missione.


Lo dicono anche agli insegnanti, come racconta Lia qui.


Io non faccio nessuna missione, faccio una onesta e onorabile professione, quando finisco me ne torno a casa e faccio altre cose, compreso occuparmi dei miei figli, leggere, scrivere, stare con mio marito (troppo poco) e via dicendo. E smetterei immediatamente di farla se smettessero di pagarmi, visto che ho bisogno di mangiare (poco) e di mantenere la mia famiglia in una città vergognosamente cara come la mia.


E nel frattempo vivo. E mentre vivo imparo delle cose sulla gente, e talvolta desidero raccontarle, come farei se fossi un'insegnante, cosa che ero fino al 93 del resto, o una cuoca o altro. Essere un medico, in un certo senso, è un fatto contingente, una delle molte occupazioni con cui potrei mantenermi mentre faccio la cosa veramente essenziale: vivo.


Noia?


Qualcche volta bisogna, come diceva Mina, cercare un altro argomento di conversazione.


Mi faccio un giro sui blog.


Prometto, solennemente, che a fine settimana aggiorno i link, corredati di note esplicative ed aggiornati!!

6 commenti:

  1. Non mi sono affatto annoiato a leggerti, Cecilia.

    RispondiElimina
  2. A volte ci trattiamo un po' male, Cecilia.

    Io i miei medici me li ricordo con molto amore, sai?

    Alcuni mi hanno marcato come dei bravi prof.

    Come, forse, qualche mio alunno si ricorda di me.

    E' vero, viviamo: ma seminiamo anche, mentre viviamo, e non sta a noi vedere quale raccolto ne verrà fuori. Quello appartiene alla vita, non a noi.

    (E' un peccato, lo so.)

    RispondiElimina
  3. Che dispiacere leggere quei commenti sui grassoni....
    dopo giorni che ti leggo, assaporando ogni riga, ogni parola, tornando indietro per imprimermi nella memoria ogni singola sfumatura....
    non saranno poche frasi a farmi cambiare idea, certo che no...
    ti ammiro e ti stimo per come sei e per come ti racconti, però...non tutti i grassoni sono vittime dell'ingordigia, e tu lo sai meglio di me...
    forse c'era dell'ironia nelle tue parole e non l'ho colta, forse il grasso (visto che sono obesa) mi ha raggiunto il cervello....
    lo so, è ridicolo scrivere un commento dopo 6 anni, ma volevo farti sapere, che dopo tante lacrime piante sulle bellissime cose che ho letto nei giorni scorsi, oggi due sono cadute per quelle parole, per me e per la mia condizione...
    con affetto, a prescindere...
    Cinzia

    RispondiElimina
  4. Tesoro, io sono una obesa, e so benissimo cosa vuole dire. Sono dimagrita, ma siamo come gli alcolisti, restiamo tali anche se in astinenza. ciò non toglie che siamo talmente affranti dalla nostra condizione da non riuscire a renderci conto dei problemi che creiamo a chi ci assiste. Anche se sono problemi gravissimi. L'infermiere di cui parlavo si è fatto male parecchie volte, ha affrontato terapie, dolore, farmaci, e alla fine s'è incazzato e ha detto basta, se ne occupi qualcun altro. E che caspita! e non ha mica tutti i torti. Ci piangiamo addosso invece di aiutare noi stessi, è vero. Dobbiamo imparare a guardare la nostra realtà al di là del filtro dell'obesità, dobbiamo imparare a pensare a nopi stessi come a delle persone IN GRADO DI DECIDERE E DI FARE UNA SCELTA, invece pensiamo a noi stessi come a delle persone "che non ci possono fare niente". Ecco. CI sono nelle stesse sedi degli alcolisti anonimi dei gruppi di mangiatori anonimi compulsivi. Possiamo aiutarci da soli, anzi, possiamo aiutarci solo da soli, tra di noi. baci. Caps.

    RispondiElimina
  5. Ciao Caps,
    grazie di avermi risposto e di avermi chiarito il tuo pensiero.
    Posso dirti che è stato un sollievo enorme???
    Hai ragione praticamente su tutto, lo so che è come dici, che ci piangiamo addosso ecc.ecc.
    Ma sentirselo dire chiaro in faccia è stato brutto, sale su queste ferite da sempre aperte.
    Ho avuto brutte esperienze coi medici a causa del mio peso, dal cardiologo che mi diceva che avevo i polpacci come prosciutti alla dietologa che sghignazzava col collega leggendo il mio diario alimentare.
    Credimi, non è stato facile, non è facile vivere da obesa.
    Sei una donna di serie B, un'amante di serie B, una paziente di serie B.
    Ti parlo dall'alto della mia condizione privilegiata, ho un marito che mi ama, un buon lavoro dove sono apprezzata e stimata, ma ho vissuto accontentandomi....
    baci, Cinzia

    RispondiElimina
  6. baci, Cinzia. No, non si supera mai, lo so.

    RispondiElimina