sabato 19 giugno 2004

LA BELLA AMICA DEL BOSS - 5


 


 



Le visite alla signora Milla erano, del resto, sempre a domicilio. Cinque piani di scale ripide e due ginocchia minate dall’artrite reumatoide la rendevano prigioniera della sua piccola casa.


Ma parlava agli uccellini.


 


Nei primi tempi, dopo il suo rientro a Bologna, aveva affrontato e risolto preliminarmente il problema della dissuasione dei piccioni. Prepotenti, voraci, invadenti, si impadronivano del cibo destinato a passeri e merli. La signora Milla con una combinazione di sacchetti di plastica, nastri argentati ed assidua personale vigilanza, aveva insegnato ai piccioni a starsene lontani e contemporaneamente aveva attirato i loro più piccoli cugini. Sull’inizio dell’estate ho visto coi miei occhi madri uccelline imboccare i propri piccoli, cresciutelli ma non autonomi, sul davanzale della cucina della signora Milla. Molte volte, mentre sedevo al tavolo intenta aleggere referti dopo aver preso il caffè, alzando gli occhi incontravo quelli di un intrepido passero intento a spazzolare le briciole del biscottino. Venivano spudorati a pretendere il cibo dalla loro governante e se non la trovavano in cucina si inoltravano a cercarla in camera da letto, svolazzando impavidi e cinguettando.


 


Avevano ciascuno il proprio nome. I più anziani erano Collolungo, passero snello e aggraziato, e Cicciobello, grasso e impudente. Un merlo dallo sguardo torvo era Alberto, come il suo terzo marito.


 


Poi aveva, come ho detto, il telefono che usava senza parsimonia, e parlava quasi ogni giorno con la signora del piano di sotto che le faceva la spesa. E c’era la Nipote. Naturalmente con lei discuteva di continuo e contemporaneamente le era legata, un po’ per affetto e un po’ per forza. A volte la Nipote veniva apartecipare alle mie rituali visite, per parlare di esami, controlli, cure, diete e via dicendo.


 


Erano una via di mezzo tra una visita medica ed una di cortesia, inframmezzate da caffè, racconti, pianti, risate e ricordi.


Il primo matrimonio, per esempio: era finito dopo la morte del loro figlio appena nato. “Avevo una suocera cattiva, diceva, e fu contenta d’aver perso quel nipotino. Così le girai l’assegno che il Duce ci dava per la nascita di un figlio: che sia contenta fino in fondo, pensai.” Poi chiese l’annullamento dichiarandosi infedele e chiamando a testimone come corresponsabile dell’adulterio il Boss. “Un vero amico, confermò tutto, e mi sostenne, anche se non era vero. Ma io dovevo essere libera, non c’era altro modo allora”


 


Aveva conosciuto il suo secondo marito in Calabria, dove si era recata per lavoro su invito di una conoscente; non sono note alla scrivente le circostanze, forse dolorose, della separazione o della vedovanza.


 


Il terzo compagno l’aveva portata a Roma, quarantenne ma ancora bellissima, bionda e levigata, con un fisico sottile da pin up. Tra una cosa e l’altra aveva fatto la giornalista sportiva seguendo un Giro d’Italia (unica donna allora, ricordava), l’impegata, la moglie, la baby sitter, l’infermiera. Aveva imparato dialetti del Sud, del Centro, del Nord, e li parlava fluentemente. E “sentiva” le cose.


 


Assorbiva, così si esprimeva, i pensieri, i dolori, le preoccupazioni di chi le stava intorno. Quando andava in ospedale le ci volevano due o tre giorni per riaversi dalla sofferenza.


E presagiva gli eventi. L’undici settembre, per esempio, era stata male sin dal giorno prima, lamentando una terribile cefalea. Sin qui posso fare da testimone. Mi aveva chiamato per chiedere un farmaco. Durante la notte, disse, dormì male e sognò fumo e fiamme. Al mattino mi chiamò di nuovo dicendo che “stava male, male, molto male”. Più tardi, nel pomeriggio, mi disse che la notizia del crollo delle torri era stata quasi liberatoria, dopo quella lunga angoscia.


Come dice Pratchett: sono superstizioni, ma non è detto che siano false. In ogni modo sono certa che era molto sensibile alle emozioni altrui.


Ed era infelice.


Ed era sola.


Ed era certa d’esser prossima a morire.


 



Una domenica sera d’inizio maggio la Nipote mi telefona. “Mi scuso per il giorno e per l’orario, ma ho ritenuto importante farle sapere che la zia Milla è in coma. E’ gravissima, dice, non ce la farà”


 



(Continua, e finisce, domani)

3 commenti:

  1. Mi sembra (come dire?) di averla persa di vista. Come sta?

    a.moroni

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  2. sto bene, ma infognata nel lavoro e in altre cose. Giro sempre per la rete, tuttavia mi fermo poco a commentare. Sono stanca, esausta. La seguo, tuttavia, e mi piace il nuovo look più leggibile per una signora ipermetrope, anche se meno bello esteticamente, se mi permette. Seguo sempre la cara Blanche, tao, che sembra arenato sulle mummie, al momento, e tanti altri. Ma sono silenziosa. Il mio viaggio mi assorbe e mi turba. Sono ad un bivio e non vogliop andare nè di qua nè di là. Ha mai letto Leggi e usanze dei Camiroi? Un racconto di FS. Questio Camiroi sarebbero nel racconto un popolo di alieni che descrive così la propria condizione. Dicono che in tutti i pianeti Dio pose gli uomini nell'Eden e tutti furono tentati dal serpente. Alcuni accettarono di colgiere il frutto dell'albero della scienza del bene e del male, e caddero, come i terresti. Altri rifiutarono recisamente, e vivono ancora nell'Eden. Solo i Camiroi non dissero ne si e ne no. Non lo colsero e non lo rifiutarono. E non lo colgono e non lo rifiutano. E questo li rende unici e diversi dagli altri, ma essi invidiano entrambi, quelòli che hanno peccato e quelli che hanno rifiutato di peccare, perché comun

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  3. comunque sono stati capaci di scegliere. Forse presto cambierò il mio nick da Capsicum a Camiroi. Anche i miei peperoncini sul terrazzo quest'anno non volgiono crescere, vede?

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