sabato 5 giugno 2004

LA BELLA AMICA DEL BOSS - 3


 


La signora Milla era sempre civettuola ed elegante. Come facesse ad essere così elegante io non lo so. Soprattutto se si pensa che indossava generalmente delle camicine da notte accorciate davanti con le forbici per evitare che l’orlo battesse sulle ginocchia spesso gonfiate violentemente dall’artrite reumatoide, e  con sopra, in inverno,  dei vecchissimi giacchini di lana, liseuses come si chiamavano, a colori pastello, sottili, consunti, che si avvolgeva addosso con gesti da ragazzina. E ciabatte. Sapeva di talco, di sapone; ondeggiava leggermente per via, sempre, delle sue ginocchia molto malandate, e si appoggiava senza parere a muri, mobili, maniglia delle porte. Elegantissima.


 


   Era ancora alta, quasi quanto me, con le mani piccole e candide, unghie corte e pulite, alito sempre profumato. Mi aspettava con la caffettiera pronta e la tazzina capovolta sul piattino, al centro di un piccolo vassoio sul tavolo di cucina. Mi chiedeva sempre se volevo un caffè prima di accendere il fornello, e non mancavano convenevoli di rito: “la tazzina è scompagnata, ma lei l’accetterà ugualmente, non è vero? E’ venuto buono, dottoressa? O è una ciofeca, come dicono a Napoli?” e poi un raccontino, una barzelletta, vecchia a volte, altre volte così vecchia da risultarmi nuova.


Quella per esempio dei vecchietti al sole nel cortile del condominio, la sapete? Uno si lamenta: “ a me mi frega lo stomaco, ché per il resto starei benissimo, ma mannaggia, non posso digerire più nulla, altro che semolini e semolini”. La sua vicina protesta per l’artrosi: “debbo solo stare a sedere, appena mi muovo vedo le stelle, a me mi frega questa maledetta artrosi”; e il terzo afferma che andrebbe tutto bene se non fosse per il fiatone che compare ad ogni minimo sforzo “dice il medico che è colpa del cuore, ecco, a me mi frega il cuore”


L’ultimo si volta verso la moglie e le dice sottovoce “Annina, me so’ stufato di questi carri rotti, sempre a parlà de tutti sti mali. Annamoce de sopra a farce ‘na scopatina”.


E lei “Marce’, non sarà neppure un’ora che l’abbiamo fatto!”


“Ecco, vedi, a me me frega la memoria!”


 


Ed io me la vedevo, maliziosa e candida, ridacchiare nel ruolo dell’Annina, in una vita diversa, in un diverso destino.


 


   La signora Milla veniva, ultimamente, da Roma, dove aveva abitato negli ultimi venti o trent’anni, col suo ultimo marito, e poi, dopo essersene separata, da sola. Si dichiarava appassionatamente romana, perché una città si sceglie, diceva, e s’ama più di quella dove casualmente s’è nati. Mi descriveva le strade, i condomini, il pizzaiolo, il fruttarolo, i tre ospedali che la facevano sentire tanto sicura (ecco, quando si è vecchi com’è bello vivere accanto ad un buon ospedale!) e i suoi gatti. Erano gatti condominiali, cosa assai particolare, per lei naturalissima: dormivano fuori, o da lei, o da un altra padrona, e mangiavano dappertutto. Aveva le foto appese in cucina: il gatto tigrato che cerca di acchiappare la pallina, quello bianco e nero stravaccato sul termosifone. Me li indicava e ne raccontava le prodezze. Poi mi raccontava dei suoi bambini. Dopo essersi separata aveva fatto la baby sitter per i bimbi dei dintorni, e due soprattutto ne aveva amati. Le telefonavano ancora, o forse era lei che li chiamava, per informarsi sui loro studi, e mi riportava ogni nuova, ogni esame sostenuto, ogni trenta, ogni prodezza, ogni saluto.


Circa venti anni prima aveva avuto un cancro all’intestino. Era stata operata e si era convinta di essere ormai destinata ad una fine sgradevole. Così aveva deciso di separarsi dal marito. Una roba del tipo Sweet november, se l’avete visto. Solo che lei, da non crederci, era guarita. Ed era rimasta sola.


 


Da Roma, ho poi capito, era partita perché sfrattata. Ma soprattutto perché era convinta di avere molto poco da vivere, aveva avuto un presagio, sapeva, mi disse, che era questione al massimo di un paio d’anni, e voleva morire a Bologna per essere sepolta con sua madre.


Si chiamano disposizioni anticipate, nel gergo corrente. Lei voleva essere cremata; che le togliessero la fede nunziale e poi la rimettessero nell’urna con le ceneri, un’urna piccola e senza orpelli, perché non è dignitoso l’uso di queste scatole ridicole accostato alle ceneri d’un morto, e l’urna nella tomba perpetua della mamma. Tutto molto semplice, così.


Ma lei non credeva nella morte, credeva nella vita.


 


 

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