domenica 14 marzo 2004

IL CORAGGIO ...

 


IL CORAGGIO DI IMPARARE.  E QUELLO DI ACCETTARE.


 


Il Pescatore è dimagrito. Così asciutto, con gli occhi intensi ed i capelli grigi, il viso segnato dal sole, ma più pallido del consueto, ha più che mai  uno sguardo di sfida.


Entra, s’appoggia di spalle alla mia scrivania, le mani in tasca, mi saluta: Ciao.


Ci penso dopo che forse le tiene nascoste le mani, nasconde la magrezza vera, non forte, ma smunta, che lo ha preso.


Non lo sentivo da settimane, ho saputo dalla Figlia che ha cominciato la chemio,  che è convinto che sia una presa in giro e si fa beffe di lei, credulona, pronta a farsi tranquillizzare dagli oncologi. Mi manda il primo emocromo da leggere e gli scrivo un messaggio sul foglio da ricettario. Non premeditato, mi scappa. Gli chiedo se ce l’ha con me e perché non si fa vedere di persona. Ecco perché è qui, oggi, perché mi guarda dritto in faccia, perché rimango in piedi di fronte a lui e so che tocca a me chiedere, e non so cosa dirò, fino a che le parole vengono da un punto imprecisato della mia mente, o del mio cuore, forse, sorprendendo me pure.


 


“Come ti trovi in questa situazione?”


Guarda di lato, alla sua destra, in basso; scuote appena la testa e con la voce calma, apparentemente serena


“Ti dirò, dice, non lo so.


La parte più difficile è arrivarci, capisci.”


Lui mi guarda, e vede che non capisco


“Arrivarci, voglio dire smettere di correre qui e là, l’esame, la visita, questo, quello, e intanto fai finta di non vedere, non vuoi renderti conto, eviti i loro sguardi e loro guardano da un’altra parte. Perché non volevo capire, sai? Ma poi mi sono visto, mi vedi anche tu...”


E si tocca le braccia, indica il corpo smagrito, io li guardavo già, e anche le dita, forti e nodose, ora ridotte come quelle di uno scribacchino, sottili, bianche


“non si può continuare a far finta, bisogna farlo il passo, quello di accettare. E appena lo fai diventa tutto più facile. O almeno non facile, accidenti, ma non impossibile ... “ e gli scappa una risata amara.


“Accettare?”


“Si, accettare, smettere di illudersi, guardarsi in faccia, accettare. Quello che è, quello che succede, dove sto andando.


“Ma c’è una cosa che non posso accettare, anzi due cose. Intanto quella di essere diventato un povero culo. Un povero culo, vedi, non mi frega di avercene poco, di tempo, ma quel poco che me ne faccio se non sono più in grado di fare nulla? Io non voglio essere qui”


E mi fa il gesto di chi lancia la lenza


“Con questa neve? Mica vorresti andarci oggi a pescare?!”


“No, oggi no, ma comunque...


Io finirei la frase per lui così facilmente, ora che il tempo si rimette un poco, no, forse la forza di andarci non l’avrai. Ma taccio, lo spazio è suo, ascolto.


 


“E comunque essere un povero culo per la gente, quegli stronzi che ti si avvicinano e ti chiedono come stai. Ma perdiana, cosa mi chiedi, non si vede come sto? Non me lo chiedere, e soprattutto non mi guardare così. Io non lo tollero di farmi compatire, la loro pena così soddisfatta la vadano a dare a qualcun altro. E allora non vedo nessuno!! Non voglio vedere nessuno, non voglio parlare con nessuno!


E poi ho paura dell’altra cosa, lo sai, tu certo ne hai visti tanti, ma anche io sono abbastanza vecchio da averne visti un po’. Urlano per il dolore, sai? Persino quando sono in coma gridano! E io sono al quarto stadio. Quarto stadio! Cosa mi debbo aspettare?”


Ora tocca a me, gli spiego cosa vuol dire quella stadiazione, prima gli chiedo cosa gli hanno già spiegato gli specialisti, nulla, naturalmente la risposta è “nulla”. Mi dispiace, gli dico, doverti raccontare io questo, non è una bella verità, ma se ti raccontassi balle tu le confronteresti con la realtà e capiresti che ho mentito e allora tra noi non ci sarebbe più nulla da dire. Lui annuisce con forza, e aspetta.


Continuo a esporre cosa ci si può attendere dalla chemio, quanto tempo ci vorrà per capire se funziona o no, preferirei potergli dare delle certezze, anche pessime, ma mi tocca dirgli  di questi due mesi di attesa prima della tac di controllo, nei quali non sappiamo, e possiamo temere tutto, e persino sperare un po’. Ora debbo parlargli del dolore. Ci sono mezzi, dico, per controllare il dolore. Ci sono medici che non se la sentono di farlo, ci sono credenze assurde che gli analgesici abbrevino la vita, ma sono stronzate. Gli studi dicono che la sedazione del dolore la allunga invece, la vita, perché il corpo che non soffre .. E qui mi interrompe. “E’ chiaro dice, soffrire è fatica, soffrire ti consuma prima, ti uccide prima”


Io lancio la mia offerta. Questo è lavoro mio, se mai ne avrai bisogno ci penserò io. A casa, in ospedale, non importa, basta che mi fai chiamare. Io spero che questo non sarà necessario, ma se dovesse esserlo, se dovesse servirti...


“Si, va bene, se mi servirà me ne ricorderò”


 


E poi vorrei dirgli ancora qualcosa, a quest’uomo così brillante, così più in alto delle altre menti, perseguitato dalla stupidità umana e infastiditone sino all’ultimo, e lo dico. Perché badi alla gente? Che ti importa di loro, non sai che non capiscono? Fanno finta di non sapere che toccherà a loro


“Ah, ma li invidio, invece! Maledizione, era la sola cosa che sognavo, di prender sonno e di prenderlo del tutto, così semplicemente. Una morte da ricchi, una morte di lusso. Senza sapere, senza capire, senza aspettare. E li invidio non sai quanto questi che non capiscono, e non guardano mai avanti e se guardano non vedono, così  presi da quattro piccole stronzate, davanti alla televisione come galline alla cova, e sono felici, e mi fa rabbia, è una felicità da poco, è vero, la felicità degli stupidi, una felicità non conosciuta, ma è una felicità, non me lo puoi negare!”


Ah, no, questa non passa, amico mio. Quale felicità? Non sono in grado neppure di capire cosa è soffrire o essere felici, galleggiando come tappi tutto il tempo, inebetiti davanti a Sanremo, la capacità di essere felici si paga con quella di soffrire, non lo sai? C’è un prezzo per tutto, e questo è il suo. Preferiresti non avere mai conosciuto neppure la differenza? Preferiresti non saperla neppure riconoscere la felicità? Preferiresti essere sempre stato cieco solo perché ora sei al buio? E non averla mai guardata in faccia la vita, in cambio del lusso di non vedere, adesso, la morte?


Ha aperto gli occhi, un piccolo sussulto, ora è vicino al lavabo, cammina un po’ in tondo, con gli occhi a terra, poi li solleva e mi guarda di nuovo:


“Sai, non l’avevo mai vista da questo punto, mi dai da pensare”


 


Parliamo un poco dei prossimi giorni, della Figlia che gli sta addosso, che non capisce, che non cresce


“E io avrei la tentazione di darle uno spintone, di scuoterla, ma proprio così, con una manata, ahò, aprili quegli occhi, accidenti, e mi chiedo adesso cosa farà, cosa farà, eh?”


“Imparerà, imparerà qualcosa, dai genitori si impara, no?”


Ride ancora, un poco amaro...


“Ah, vedi, non credo di essere stato un gran che come padre. E’ la distanza, vedi. C’è questa distanza, tanti anni, almeno trenta, come chilometri attraverso cui non si riesce a farsi sentire la voce. Ma ad un certo punto, crescendo, questa distanza dovrebbe ridursi, diventare di meno, da trenta a dieci, due, forse persino quasi niente, e allora si potrebbe riuscire a farsi capire. Ma lei non cresce ancora, e io....”


Anche questo è un discorso che potrei continuare facilmente: tu, amico mio, tu non hai più tempo d’aspettare che si decida a maturare.


“E non è più tanto piccola, e poi non è vero che c’è una sola età per imparare. Io ho imparato che avevo diciassette diciotto anni l’A B C D, leggere, scrivere, lei ha cominciato prima, no? Adesso dovrebbe aprire gli occhi, se non adesso quando?”


 


Parliamo ancora, ci salutiamo, poi sulla porta continuiamo a parlare, torniamo indietro, ci stringiamo la mano di nuovo, alla fine è una telefonata che mi trascina via e che lo spinge fuori, dove la Figlia aspetta.


 


Perché, e questo non l’ha detto, negli ultimi tempi il Pescatore, ed è una cosa nuova per lui, ama farsi accompagnare.....


 


 

5 commenti:

  1. Io lo aspettavo, questo post. Grazie.

    RispondiElimina
  2. Lia, sono convinta che il Pescatore sia un Grand'Uomo. Non ne parlerò più nel blog, credo. Ma questa gliela dovevo, in un certo senso. Un abbraccio.

    RispondiElimina
  3. Io ho sempre la stessa sensazione. Di crudo, intollerabile dolore. Nel senso che sto male a leggere, non so altri. Fanne un racconto, della storia del Pescatore, poi. Una storia.

    RispondiElimina
  4. "Preferiresti non avere mai conosciuto neppure la differenza? Preferiresti non saperla neppure riconoscere la felicità? Preferiresti essere sempre stato cieco solo perché ora sei al buio? "
    No.
    Grazie Cecilia

    RispondiElimina
  5. ah, tao, io sto male a scrivere. ma glielo devo.

    RispondiElimina