lunedì 29 marzo 2004

GIOVEDI'

GIOVEDI'


Giovedì mattina niente pazienti. Lezione di informatica al giovane tirocinante. Argomento: la cartella clinica computerizzata con annessi e connessi.


Il giovanotto di turno è un dispersivo, uno che ti fa cento domande. Molto bello da un certo punto di vista, perché ti fornisce molti spunti e chiaramente raccoglie tutto quello che gli fornisci. Ma pericoloso, perché se non reggi attentamente il timone di questa giostra finisci col perdere la rotta e col non fornire i contenuti che ti eri programmato.


 



Questi ragazzi sono veramente la croce e la delizia per chi insegna. Se ne avessi il tempo (solo nove giorni, accidenti) potrei provare ad insegnargli ad osservarsi, a verificare il proprio comportamento. Una cosa difficile, ma importantissima per chiunque gestisce una relazione, vuoi con un paziente, vuoi con un allievo, o con un professore, o con un collega di lavoro. Questo gli permetterebbe di fare un vero salto di qualità. Ma domani sarà l’ultimo giorno della sua frequenza: trenta ore in tutto, minimo sindacale.


Andiamo a mangiare un boccone, poi una visita.


 


“La persona che andiamo a visitare, gli spiego, è una signora gentilissima e molto curata, purtroppo caduta in miseria negli ultimi anni per una serie di vicissitudini familiari. Qualche settimana fa ha avuto un episodio febbrile con imponente edema del collo. L’ho ricoverata ed è rientrata a casa ieri. La particolarità è che lei non legge mai i referti. Li conserva chiusi e li fa leggere a me. Io dovrei poi riferirle “tutto”. Il problema è sempre capire quale “tutto” lei desidera sapere. Certamente vuole sapere tutte le notizie positive. Di quelle negative di volta in volta mi fa capire cosa è disposta ad accettare e cosa no.”


“Ma che cos’ha? Quale è la diagnosi?”


“Ah, questa poi! Lo scopriremo più tardi. E’ come la settimana enigmistica: per i giochi facili vai a pagina 37 a vedere le soluzioni. Per i Concorsi aspetti di leggerle due settimane dopo. Se la soluzione non c’è ancora, proveremo a giocare con i nuovi indizi”



 


Entriamo in una corte, un incrocio tra una strada di campagna ed un cortilone che collega vari condomini, in una zona della periferia vicina al greto del fiume. Panni stesi, auto e moto parcheggiate fittamente, bidoni, un mucchio di mattoni temporaneamente stoccati in un angolo, un cancello in fondo oltre il quale c’è ancora campagna verso il Reno. Parcheggio accostata ad una vecchia siepe d’edera, mentre il ragazzo borbotta qualcosa sulla antigenicità di stendere “in mezzo alla polvere”. Ragazzo moderno. Ragazzo ricco.



 


In certi racconti di fantascienza ci sono porte che si aprono su universi o pianeti immensamente lontani. Tu le varchi e con un solo passo ti trovi in un altro modo. La porta di casa di I. è così: ti fa accedere ad un luogo diverso, chic e civettuolo, elegante, raffinato. Nulla di lussuoso, sono gli abbinamenti di colori, la pulizia, la ricercata naturalezza degli accostamenti che creano l’atmosfera.


Parliamo, guardo la lettera di dimissione, la porgo allo spilungone da leggere, parliamo ancora, lei si allontana un attimo per rispondere al telefono e il ragazzo mi bisbiglia: “ma allora ha un cancro?” Faccio cenno di si.



 


I. ritorna, ci sediamo sul letto, mi spiega:


“Economicamente non ce la faccio più, i miei fratelli non mi possono aiutare, o non volgiono, è lo stesso, sono giunta alla decisione di vendere la nuda proprietà della casa per tirare avanti, mia nipote prenderà quel che avanza, se ne avanza. Ma ho bisogno di sapere quanto tempo mi resta, debbo fare i miei conti. Lei ha letto il mio referto, sa che non li leggo mai. Ho un tumore? E di che tipo? E cosa comporta?”


“Glielo saprò dire dopo il prossimo esame, la biopsia”


“Bene, perché io non lo voglio sapere da “loro”, voglio saperlo da lei. Ci parli, con “quelli lì’” e glielo dica. Mi sembra meglio se me lo dice lei, ha un più bel modo di dire le cose, e mi aiuta a capire. Lei sa cosa ho bisogno di sapere ed io so che posso contare sulla sua sincerità.”


Ci salutiamo, andiamo fuori.



 


Sto zitta, certe volte ho bisogno di tacere.


E’ un’epidemia.


4 commenti:

  1. Credo che al tirocinante facciano molto bene queste esperienze. Molto.
    Un abbraccio
    Suo
    a.moroni

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  2. Mica facile insegnare a un ragazzo ad osservarsi... Ma è fatica giusta, certo.

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  3. Non si fa più sentire. Ma si rilassi un pò, ordunque.:)
    a.moroni

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  4. ebbene,adesso non solo non ho internet, ma neppure più la linea telefonica a casa. Scrocco connessioni a parenti ed amici. Ciò mi rattrista, ma mi permette di pensare a lungo

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