mercoledì 11 febbraio 2004

WIND nella zon...

WIND  nella zona di Bologna ha avuto due giorni di black out. Ho scritto due giorni fa questo post, volevo scaricarlo subito, avevo paura di ripensarci, di pentirmene. Invece sono stata costretta a rifletterci due giorni, e alla fine eccolo qui. Ci sono dentro i miei personali pareri, le mie opinioni, discutibili, su un argomento spinoso. Che ci sia del disaccordo è prevedibile, previsto.


 


CHI CUSTODIRA’ I CUSTODI?


 


La moglie del bellissimo Piero si sedette al mio fianco nel giardino spoglio, sotto il sole invernale, fuori dall’Hospice. Mentre lui viveva, sereno e senza dolore, nel suo letto candido e multireclinabile, con le infermiere pronte ad ogni suo cenno, nella stanza piena di luce, alcuni dei giorni della sua vita (e che differenza c’è tra i primi e gli ultimi? Tra un giorno qualunque segnato dal dolore, ma con davanti tanti altri, ed uno senza dolore, ma a cui ne seguiranno, e lo si sa, pochi?), lei ed io sentivamo il bisogno di confrontarci, di cercare un senso a quei mesi d’assistenza, a quel lavoro apparentemente senza speranza, ma forse, dico forse, non disperato.


Abbiamo parlato d’eutanasia, di suicidio, di fatica immane,- fatica immane è la parola esatta - di dolore, e di paura del peggior dolore ancora da venire, quando neppure il conforto d’averlo vicino, di parlargli, ci sarebbe stato.


Abbiamo parlato del senso di colpa, tremendo, per non essere stata abbastanza forte da assisterlo a casa sino all’ultimo, del confronto tra le reali possibilità ed i desideri, sia pur gli ultimi, di Piero. Ci siamo chieste molte cose, molte me ne ha spiegate lei, qualche domanda l’ho aggiunta anch’io. Insieme ci siamo ricordate del dolore dei trattamenti, delle gastroscopie operative, del male terribile che lo faceva torcere nel letto, per poco, per fortuna, presto sedato. Ci siamo sorrise pensando al suo sguardo mentre la nipotina, in piedi sul tavolo di fronte al nonno, si dondolava sulle incerte gambine e cinguettava con la sua vocina nuova di zecca, e chiamava nonno Pieo e tirava la coda al gatto. M’ha raccontato dei tradimenti, delle molte altre donne, della fatica, delle delusioni, e di quante volte aveva pianto. Del disaccordo del padre col figlio maggiore, nato proprio dalla disapprovazione del ragazzo nei confronti della disinvoltura paterna e dall’amore per lei, la mamma. Del senso di colpa per non riuscire, neppure adesso, mentre muore, a perdonare. Si, bisognerebbe perdonare tutto ai morenti, riuscire ad offrire tutto ai morituri, per farci perdonare a nostra volta del fatto che domani saremo ancora vivi.


Cosa abbiamo concluso. Non abbiamo concluso niente, cosa c’era da concludere? Siamo state vicine, in quel sole blando ed in quell’aria frizzante, fuori da quel gentile luogo così vicino alla morte,eppure così dentro alla vita.


 


Ma la fatica d’assistere un dichiarato morente è nulla, credetemi, è niente.


 


La figlia di Rachele, anni settantasette, carcinoma mammario operato, diabete mellito, obesità, ipertensione, osteoporosi, otto diversi farmaci al giorno, zoppicava stamattina seguendo la madre verso l’ambulanza che le avrebbe portate ad una visita, e poi ad un ricovero, in ospedale. Rachele, anni novantasette, cuore a posto, polmoni a posto, terapia in atto venti gocce di valium al bisogno, depressa cronica, una paura da morire di morire, problema in atto da risolvere un calcolino incastrato nel coledoco, peso terribile che non si solleverà mai dalle spalle della figlia, solo dopo la diagnosi del cancro a quest’ultima  la madre s’è rassegnata alla casa di riposo, dove comunque la bambina settantasettenne è tenuta a recarsi ogni giorno, a sedersi accanto al letto, a raccontare e relazionare, a raccogliere i sospiri ed i lamenti, a cuocere a fuoco lento nel brodo bollente del senso di colpa.


 


E mi ricordo Gualtiero, forse uno degli uomini più aridi che ho conosciuto, la moglie letteralmente morta di fatica per assisterlo, la figlia talmente carica, per questo, di rancore, da non venire mai a trovarlo: passava l’assegno al direttore della casa di riposo attraverso le sbarre del cancello del giardino. Per lui nessuno ha pianto. Io ho persino sospirato di sollievo!


 


Mi ricordo la madre invalida di una giovane e graziosa ragazzina, nubile, buona, dolce e allegra. Mi ricordo la stessa madre invalida di una giovane donna, nubile, buona, dolce e serena. Mi ricordo la stessa madre invalida  di una simpatica quarantenne, nubile, buona, dolce e amareggiata. Mi ricordo una quarantacinquenne sposata e senza figli, orfana di una madre invalida, finalmente. Mi ricordo bene di come mi sono incazzata quella volta, quando le ho detto cosa aspettava a piantarla questa faccenda della figlia amorevole e martire, quando avrebbe smesso di lasciarsi vampirizzare da una madre che in realtà poteva essere assistita da chiunque, lavata da chiunque, imboccata da chiunque, portata in bagno da chiunque, ma pretendeva, pretendeva sempre d’avere tutto ciò dalla figlia. Il giorno e la notte, le domeniche e le feste, no cinema, no uomini, no pranzi fuori, no  viaggi e no vacanze: adesso basta, le dissi, questo è sbagliato, sbagliato, capisci? Per te e per lei, per i figli che non avrai, per la vita che non avrai vissuto, per i rimpianti, per tutto ciò che non le potrai perdonare e perché non potrai perdonarti di non averglielo perdonato. Non m’ha voluto più vedere, da quel giorno. Mai più sentire. Neppure a me potrà mai perdonare d’aver parlato.


 


Perdono e senso di colpa, senso di colpa e perdono. L’amore non è vero che necessiti del sacrificio totale e supremo. La vita è troppo preziosa per essere bruciata sull’altare di un infantile senso di responsabilità universale.


Solo i bambini si sentono responsabili di tutto, dell’intero andazzo dell’universo, e in colpa per tutto, è chiaro. Il guaio è che di fronte ai genitori è facile sentirsi sempre bambini.


 


Senso di colpa e onnipotenza, desiderio di essere onnipotenti, di poter fare tutto e anche di più e senso di colpa nel constatare di non esserlo (ma che strano, veh? Come mai non lo sono? Come mai?). Desiderio di onnipotenza che ci rende incapaci di chiedere aiuto, di riconoscere i propri limiti, di scaricarci di quella parte del peso che non possiamo, e non dovremmo neppure portare.


Come si fa a scuotere chi è carico sotto un simile peso? Come si fa a rimproverare un simile esempio di fulgida bontà? Come si fa a criticare una santa? Sembra di volerle levare l’unica consolazione rimasta, quella appunto d’esser santa. Perché mi rubi l’aureola? Quella che m’illuminava così delicatamente il triste volto?


Perché schiaffeggi ed insulti questa vergine votiva, questa vestale della padella, questa suorina delle pillole e delle tisane, questo dolce angelo dell’ospedale?


 


Adesso questo post lo scarico prima di pentirmene, io non desidero offendere nessuno, chi assiste i malati fa certamente una cosa buona, io stessa me ne occupo per la maggior parte del mio tempo, MA ci vuole senso della misura, la bontà e l’altruismo non possono diventare masochismo, l’amore necessita di rispetto per se stessi


La colpa d’esser vivi di fronte al morente è inevitabile, fa parte della situazione, distruggere le propria vita insieme alla sua non la corregge e non la cancella, solo la raddoppia.


 


Bisogna che lo scarichi subito questo post, che corra di nuovo il rischio d’esser cattiva, di non essere compresa, il dolore è una cosa, l’amore è una cosa, l’autodistruzione è un altra. Se il basto è troppo pesante va almeno in parte scaricato. SCARICATO.


Non è una colpa non farcela, non è una colpa chiedere aiuto.

E’ un delitto invece lasciare che insieme al nostro caro muoia in noi la voglia di vivere. E’ un delitto uccidere la nostra vita levandole tempo, levandole respiro, schiacciandone ad una ad una le possibilità, sacrificando la vita alla morte.

7 commenti:

  1. Brava Cecilia, brava.L'altro giorno ho rivisto un amico che non vedevo da vent'anni.Sua madre è affetta da Alzeimer, è totalmente incapace.Mio fratello, medico di famiglia, lo ha più volte esortato a condurre sua madre in una casa-famiglia, invano.Non è sposato nè ha una compagna, benchè persona gradevole di aspetto e di ragionamenti.Le donne lo scansano quando racconta la sua giornata.Lui ha 42 anni, da alcuni anni si è licenziato per dedicarsi interamente a sua madre.E forse, come dici tu, sta morendo in lui la voglia di vivere.Il mio amico Marco non è un santo, è un coglione che ha rinunciato a vivere.Un caro saluto

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  2. Perché ti preoccupi di offendere qualcuno? Il tuo post mi sembra serio e molto misurato, non è certo un invito a buttarsi il dolore altrui dietro le spalle, ma a distinguere cosa è utile e cosa non lo è, a salvare quello che è giusto e doveroso salvare, finché si è in tempo. Anche "scaricare" una parte del peso è doloroso, lo sto sperimentando di persona. Ma non cederò, per me e per la mia vita e per quello che un giorno potrò o non potrò chiedere ai miei figli. Un caro saluto.

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  3. Saremo anche coglioni, ma non ancora abbastanza e sufficientemente disinvolti da tranciare l'unico filo che li tiene in vita: l'amore (che mai troverebbero in nessuna casa-famiglia). Quanto alla propria vita: se a venticinque anni ti nasce un figlio handicappato che fai? Lo butti giù dalla rupe Tarpea o accetti che la tua vita avrà un corso diverso da quello che t'eri aspettato, sognato...

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  4. Immagino che fra il sacrificio totale e la rupe Tarpea ci siano alcune sfumature che è opportuno valutare. Quanto all'amore, "unico filo che tiene in vita": mi sembra vuota retorica buonista.

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  5. Caro Nessuno, "l'unico filo che li tiene in vita" suona a vuoto.Non nascondiamoci dietro formulette, se vogliamo confrontarci serenamente su argomenti così delicati.Nessuna rupe, niente rifiuto di figli handicappati.Si tratta solo di chiedere aiuto agli altri, in talune situazioni.Talvolta gli altri te lo concedono(anche cinque minuti,un'ora,una sera), non c'è niente di male, e talvolta non è il caso di gettare la propria vita alle ortiche per il gusto di sentirsi martiri.E' ovvio che non si può generalizzare, infatti ti ho parlato del mio amico, ma ti potrei parlare di molte altre situazioni che conosco personalmente.Auguri per la tua vita
    Toni

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  6. A volte non è il gusto di sentirsi martiri, la molla principale. Come diceva capsicum, è il desiderio, o meglio la "pretesa" di sentirsi onnipotenti. Si pretende da noi stessi una soluzione a tutto, anche all'impossibile, all'inevitabile, come la sofferenza altrui, o la propria. Altrove la stessa capsicum ha scritto altre parole che mi hanno colpito: "i malati devono soffrire" e "i vecchi devono morire". Sono parole che fanno riflettere, che superano quel vuoto buonismo di cui si parlava: chiamando le cose col loro nome ci si libera della retorica, ma anche dalla paura, e si bada di più a ciò che è davvero utile.

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  7. vorrei farvi notare una sola piccola cosa: io sono una mamma, adoro i miei bambini, ma non passo ogni singolo istante della mia vita con loro. Li affido alla scuola, alla baby sitter, alla nonna, al loro padre. So che sono piccoli e non possono stare da soli, per questo quando non ci sono organizzo le cose in modo che siano accuditi e curati. Ritenete che questo faccia di me una madre che trancia il filo dell'amore che mi lega a loro?
    Un abbraccio a tutti.

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