sabato 14 febbraio 2004

BOSS Tutti ...

BOSS


 


Tutti quelli che imparano un mestiere di tipo sostanzialmente artistico hanno uno o più maestri nel corso degli anni.


La medicina è un lavoro di tipo artistico.


 


Alla base necessita di una enorme quantità di conoscenze tecniche, oggettive. Un pittore ha la geometria, la prospettiva, la chimica del colore, la fisica del colore, l’anatomia, la tecnica del disegno, quella dei materiali e dei supporti, e tante altre ancora. Tutto questo non fa un quadro, tanto meno un buon quadro.


Un medico necessita di conoscenze base di chimica, fisica, biochimica, anatomia, fisiologia, patologia, anatomia patologica, tanta farmacologia, psicologia, tecnica del colloquio e via discorrendo con una montagna di roba che ci mettete decenni per impararla e pochi mesi per dimenticarvela, se non state attenti. E tutto questo non fa neppure un etto di pratica clinica, tutto questo non cura un paziente. A mettere insieme questo zibaldone di nozioni nel cilindro e a farne uscire un coniglio ci vuole qualcuno che ti insegni.


 


La dottoressa Capsicum è una vera fortunella, in questo campo: di Maestri ne ha avuto una serie.


Qualche mese fa sul vecchio blog, la Casa dell’Ozio, ho parlato di Alessandro Riva, uno dei primi, ma stasera sto pensando al Boss.


Il nome del Boss non ve lo dico, perchè è vivo, vegeto, molto attivo, notissimo e brillantissimo: magari gira anche sul web e se scopre che ho parlato di lui mi fa una telefonatina pepata e mi scuoia viva via cavo.


 


Il Boss è un grande appassionato d’arte, veramente serio. Innamorato della pittura, del colore, del segno. Mi ha insegnato a considerare in modo artistico la pratica della medicina.


 


Mi ha insegnato ad approcciare il paziente come se fosse un paesaggio da dipingere: ad osservarlo, a studiarlo, a farlo parlare. A raccogliere la miriade di informazioni e a riunirla come le tesserine colorate di un mosaico, ipotizzare i vari scenari e ad uno ad uno validarli o invalidarli mettendoli alla prova. Diagnosi differenziale, si chiama. Procedimento diagnostico, algoritmo decisionale: hanno coniato tutta una serie di termini di recente, ma il Boss diceva solo: cerchi di farsi un’idea e poi la metta in dubbio. Se riesce a farsene molte di idee è meglio: ha più probabilità che almeno una di esse non crolli alla prova dei fatti.


Diceva anche: non tema di impicciarsi degli affari degli altri: la pagano appunto per questo. L’importante è che non le venga in mente di insegnare a loro come farseli, i propri affari. Lei deve solo indagarli, non influenzarli.


 


Il Boss diceva anche: Lei fa parte strettamente della loro vita, ma non come una persona, bensì come un ruolo. Non se lo scordi, questo. Nel momento stesso in cui fa parte della loro vita come una persona, non è più idonea ad essere il loro medico: diventa un amico, un parente, e come lei sa non si curano mai i propri parenti, in particolare quelli stretti: si corrono troppi rischi di sbagliare.


 


Il Boss si alterava quando non trovava il deodorante spray sulla scrivania. Cazziava la segretaria: Non lo voglio questo coso liquido, che me ne faccio di questa specie di saponette profumate? Mi ci vuole una cosa rapida, lo spray mi serve! Non mi interessa dove lo va a comprare, lo cerchi e lo trovi.


 


La prima volta che mi trovai vicina a perdere i sensi dopo dieci minuti trascorsi nel piccolo ambulatorio con due personaggi malnetti ebbi chiara percezione della misura della sua saggezza e preveggenza. Ohi, nessuno te lo dice che la gente talora puzza da farti svenire! Roba da crollare a terra nel mezzo di una banale auscultazione del torace.


 


Ora mi sono scordata dove volevo arrivare. Il Boss mi ha insegnato tante di quelle cose, spesso con le sue metafore “pittoriche” ma credo che stavo pensando alla sua lezioncina sui punti di vista, al particolare punto di vista del medico sulla platea degli ammalati e dei sani (sedicenti sani: siamo tutti ammalati e moribondi per il solo fatto di essere vivi). Voi vedete il malato grave al centro della scena, io vedo due o tre o più scene diverse: una con al centro il malato grave. L’altra con al centro la figlia, gravemente ammalata di dolore, che lo assiste, l’altra ancora con al centro la moglie, malata sia di stanchezza terminale che dio dolore iperacuto, una infine con al centro il nipotino, malato di ansia libera, apparentemente senza oggetto, in realtà ansia percepita nei movimenti e nelle intonazioni delle persone care. Ognuno di costoro, a sua volta, vede solo la scena intorno a sè, incentrata sulla propria persona e sui propri sentimenti. Il malato grave ha paura di morire e si sente in colpa per essere di peso. La moglie ha paura di  morire, di restare sola perchè le muore il marito, di ammettere con se stessa che è talmente stanca da desiderare che il marito muoia e che il tormento finisca, più una mezza dozzina di altre paure variabili di cui sospetto l’esistenza, ma che non so individuare. E via di questo passo.


 


La stessa cosa succede di continuo, ogni volta che una o più persone esprimono il loro parere: punti di vista, tanti punti di vista, e scarsa capacità di spostarsi per vedere dall’angolo visuale di un altro.


Questo è quello che amo dei blog: l’occasione che ogni blogger ci offre di guardare la vita coi suoi occhi e scoprirla di colori diversi e di differente profondità.


Buona notte da Capsicum

4 commenti:

  1. Le avranno magari insegnato tante cose. Come insorgere, combattere e indignarsi di fronte al dolore. Ma nessuno potrà spiegale mai cos'è "davvero" il dolore. Una cosa che va vissuta e a raccontarla perde parecchio. Quanto al "buonismo" la responsabilità del'accezione va tutta a chi s'esprime con sintassi popolari rimasticate. In assenza d'un efficiente Welfare facciamo i coglioni "do it yourself".
    Senza chiedere niente a nessuno!
    O anche qui si vuol metter becco?

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  2. paroledisicilia15 febbraio 2004 17:59

    Amico Taoquack, perdonami, ma non ho capito il tuo commento. Mi sembrava che Cecilia parlasse di punti di vista, di dolore (di altri, ma anche suo) per come lei lo percepisce, di insegnamenti, di maestri e di esperienze. Tutti argomenti che, personalmente, sono contento condivida con noialtri passanti nelle pagine del suo blog. Tu invece parli di buonismo (non ho mai trovato buonismo negli scritti di Capsicum. Dolore e rabbia tanti. Buonismo mai), di coglioni "do it yourself", di becchi messi da qualche parte e non si sa da chi. Non capisco. Veramente.

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  3. si riferiva al post precedente, non senza avere le sue ragioni. un caro saluto

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