giovedì 1 gennaio 2004

SUD "Del sud amo:...

SUD



"Del sud amo:
-la gente,quella seduta fuori della porta a parlar di niente,"perché è di niente che hai bisogno";
-le case, quelle vecchie, di pietra calcarea chiara,con uno o due grossolani scalini alla base di un portone di legno su cui il tempo ha disegnato la sua contorta storia;
-il mare,un mare viola, e i suoi bagliori,i suoi riflessi che paiono tanti fili argentati,che sospendono questa infinita distesa d'acqua e la attaccano su nel cielo,e tutto si confonde, all'orizzonte;
-il cielo, un cielo blu intenso, che ti ci perdi nello sguardo,che non ti lascia dubbi; niente colorucci pallidi stile Canaletto, niente nuvolette, niente di niente, solo un cielo che ti spara dritto nelle pupille e ti scuote l'anima."
Stavo scrivendo tutto questo.
A chi, poi?
Tre possibilità zampettavano davanti ai miei occhi come spot pubblicitari, tutte verosimili, tutte e tre non convincenti fino in fondo:
-a me stessa? Sì, forse, un promemoria, un disperato tentativo di dipanare quella matassa di emozioni contrastanti che si gonfiava nella mia testa, di dare un significato profondo al viaggio oppure..
-al mio compagno che mi attendeva perplesso? boh, può darsi..me lo vedo ancora lì, col suo sguardo frenetico a corrente alternata tra il fiume e me, e io, confusa, con le gambe ripiegate sul corpo, a seguire la corrente continua e lenta della massa d'acqua: "Il tempo di ricaricarmi le pile, di rilassarmi un po'..quindici giorni..che vuoi che rappresentino nella nostra bella storia, Francesco?"
Ma c'era di più, e lui forse intuiva qualcosa e cercava di tenermi stretta; in realtà non mi aspettavo niente di particolare da questo viaggio, ma da un po' di tempo non avevo più l'entusiasmo dei primi tempi, come quando attendevo impaziente il momento di vederlo per parlargli di come ero stata rapita dal corso di letteratura ispano-americana, o di avvinghiarmi stretta a lui per tempi infiniti senza parlare..e ora anche un ritorno a casa, a quella che casa mia non era più da tempo, con la prevedibile scansione dei tempi delle ripetitive giornate era preferibile alla nostra mancanza di entusiasmo, alla nostra routine.
Non era un periodo entusiasmante, in tutti i sensi, ma allo stesso tempo facevo fatica a renderglielo esplicito, e così, più semplicemente, preferivo tacere.
Forse lui preferiva non chiedere.
Forse, chissà, si sarebbe aggiustato tutto da solo.
Forse, con queste parole schizzate su un uno spazio bianco di una pagina di un quotidiano, volevo fargli capire che era giunto il momento di dare un po' d'acqua alle mie radici.
-A mia madre,a cui volevo idealmente annunciare, con un pizzico di originalità, le motivazioni del mio temporaneo ritorno?
Lei era stata la principale responsabile della mia fuga, con tutti quei bla-bla sulla gente di lì, sulla buona famiglia, sulle donne che sfioriscono in un solo istante, sui sacrifici che aveva fatto per me, sui "non ti ritirare tardi", sui suoi "discreti" controlli nella passeggiata della Marina Garibaldi.
Già dalla prima liceo, su un punto avevo le idee chiare: pensando alla futura scelta della sede universitaria Messina sarebbe stata solo una trappola, Napoli un'opzione troppo vicina e familiare, Roma un luogo con qualche parente di troppo ad offrirsi per concedermi una camera.
Via, via, lontano da me, mamma, le tue parole avevano contaminato, insozzato la freschezza dei miei primi amori, anche quando non eri con me.
Solo ripensandoci, qualche mucchietto di brace composto da lacrime, scazzi, rancori, porte sbattute, riprendeva vigore in qualche remota area del mio cervello, e dava un colore rosso cupo ai miei ricordi.
Ma in quel viaggio forse desideravo una tregua, e ancora forse, addirittura una rappacificazione.
"Forse" era la parola del giorno.
Girai la pagina del quotidiano, trovai un altro spazio bianco e ricominciai a scrivere:
"Del sud odio:
-la gente, quella gente che mi scruta severamente, dai balconi delle case, dalle panche della chiesa, e mi giudica una forestiera, ormai, e volge lo sguardo verso il basso;
-le case, quelle nuove, che spuntano come funghi qua e là, alla periferia del paese, in aperta campagna o talvolta in riva al mare, con i tondini che spuntano dalla soletta, quei maledetti manici di ombrello che rappresentano l'indefinitezza del progetto, un "non si sa mai" per la figlia che un domani si marita e decide di stare lì, e si può ripartire con il piano di sopra. E un domani ancora "non si sa mai",e dunque sulla nuova soletta si ripiantano i manici di ombrello, quella specie di canditi incolori, magari per un nipote.
Ma oggi, maledetto oggi, c'è quella giungla di tondini;
-il mare, in cui sfrecciano, impuniti, ostentati motoscafi d'alto bordo a pochi metri dalla riva, con la spiaggia libera insozzata e offesa da strati di indifferenza composti, come nella pagina del "corvo parlante", da bucce di cocomero, cicche di sigarette, cartacce;
-il cielo, sempre troppo uguale, immoto, ti basta guardarlo una volta e sai che sarà sempre così."
Rilessi, piena di rabbia , e poi rigirai la pagina e rilessi, confusa, e poi andai con lo sguardo fuori del finestrino, finchè le lacrime mi annebbiarono la vista. Appallottolai la pagina e la buttai.
Intanto il treno progrediva e mi rendeva ,per ogni attimo trascorso, un po' più serena, di una serenità indefinita, immotivata, effimera, ma che importa?..
Un fischio, un cambio di luce improvviso, una galleria, niente dissolvenza: il mio "Cecco" se n'era andato via, spazzato in malo modo dai miei pensieri.
Arrivai a Roma, ultimo caposaldo del nord, di un nord che avevo io nella testa, e quella giungla di binari che convergevano da più punti della penisola confluendo in un'unico luogo erano per me un toccasana, mi sembrava che confermassero l'esistenza di molteplici vie per giungere ad una stessa destinazione, in un certo senso le cose diventavano più semplici; tutto finiva lì, a Termini, anche se il viaggio era ben lungi dall'essere concluso, anzi.
Da lì si ripartiva con una direzione precisa, netta: quanto più sud possibile, senza staccarsi troppo dal mare - staccarsi dal mare è una follia, anche per un treno - Salerno, Battipaglia, Lamezia terme, Villa San Giovanni, Messina, Milazzo.
Da Battipaglia in giù il treno veniva ogni tanto smembrato,a seconda delle direzioni; a Villa veniva divorato dall'enorme nave F.S. e poi risputato, un pezzo alla volta, a Messina.
Mi rapiva questo vai e vieni del treno, pareva un gioco per bambini, una specie di enorme "Meccano" che osservavo dal ponte della nave; inoltre rallentava il viaggio nello stretto, sempre troppo rapido, e mi pregustavo la visione della madonnina nel porto di Messina, con quella scritta che da bambina assumeva risvolti misteriosi: "Vos et ipsam civitatem benedicimus", nonostante me la facessi spiegare ogni volta dalla mia mamma.
Per me era soprattutto il segnale dell'arrivo, un simbolo di Itaca, un cambiamento radicale di disposizione d'animo.
Ma ero ancora lì, a Villa, a guardare quei vagoni che scomparivano nella enorme bocca della balena, mancava ancora quel tratto di mare..
"Stia tranquilla, c'entra sempre tutto, senza rompere niente.."
"Eh?"
"Il treno, dicevo..Ma mi scusi, era una battuta, una stupida battuta.."
Un luminoso sorriso a trentadue denti, forse di più, stava in bella mostra ad attendere una mia reazione, che tardava ad arrivare.
Aveva un modo di parlare piuttosto elegante, e mi aveva colpito il fatto che pensavo proprio al treno, era come una voce fuori campo dentro il mio cervello.
E poi, non nascondiamocelo, era bello, e questo aiuta.
Un fisico asciutto, occhi scuri e profondi, un bel viso dai lineamenti decisi ma non volgari, e le mani, quelle mani con dita lunghe ed affusolate, che rastremavano molto lentamente.
Quella pelle scura, nera, dava alle parti esposte del suo corpo lucido, agevolato dalla peluria scarsa, dei bei chiaroscuri esaltati dalla forte luce del sole.
"Ah, sì..certo, ma lo so che non si rompe, l'ho già visto fare altre volte, e mi piace.."
"Anche a me..una nave che ingoia un treno e dopo un po' esce a pezzi.."
"E poi, tutto si riaggiusta..",sorrisi anch'io e lo osservai divertita.
Il suo sguardo su di me si fece serio per un attimo, non lo ressi e lo distolsi puntando la costa siciliana.
Riprendemmo a conversare, ma non so di preciso di cosa; le parole parevano sassi che, una volta usciti di bocca, rotolavano in terra, fino a raggiungere un angolo del ponte, per poi piombare nell'acqua, producendo schizzi fragorosi; esaurimmo le nostre scorte e rimanemmo in silenzio, e nel silenzio le cose assunsero un'altra qualità, in modo incredibilmente rapido.
Nel frattempo la vibrazione dei motori era aumentata, il treno era stato completamente inghiottito e la nave stava per partire. E anche noi. Stavamo levando i nostri ormeggi, stavamo salpando.
"Il tempo di un tamarindo", diceva Gene Gnocchi, protestando timidamente contro il destino che lo aveva punito con una multa per divieto di sosta.
In quel breve tempo, in quel viaggio nel viaggio, mi ero già piacevolmente persa, cercando l'inclinazione migliore della testa per assaporare le sue labbra, provando il brivido di essere tra le forti braccia di uno sconosciuto nipote di Martin Luter King, e traendo da tutto ciò una paradossale sicurezza, un segreto piacere; una scorza di abitudini si era adagiata sul molo di Villa, e la mia nuova buccia sapeva di acerbo e di fresco.
Quel che avevo dentro non lo so esattamente, ma so che tutto il mio corpo era proteso verso di lui per cercare una perfetta aderenza, avvertendo la profondità del suo respiro e l'elasticità delle sue membra che si sincronizzavano sul metronomo dei miei sensi.
Desideravo tutto questo, non desiderando altro.
Desideravo solo espandere e prolungare questa nuova esperienza, ma non sapevo come.
Poco prima di attraccare riprendemmo fiato, la madonnina occhieggiava benevola e sullo sfondo una nave della compagnia concorrente, la Caronte, col disegno del "dimonio" sulla prua, stava per terminare anch'essa il suo viaggio.
Un simbolico contrappunto di bene e male si confondeva e si amalgamava ai miei occhi.
Il treno mi attendeva, e lui attendeva le mie decisioni, non c'era bisogno di dire altro.
Lo presi per mano, scendemmo rapidamente le ripide rampe di scale che mi portavano alla mia carrozza, tirai giù il borsone, mentre una signora vestita di nero dentro lo scompartimento ricambiava il mio saluto con freddezza, forse per quell'anima nera che avevo dietro di me.
Salii un po' sollevata sulla sua auto, mi adagiai sul sedile, mi tolsi le scarpe, mi stirai le membra, come attraversata da un'onda, lo guardai e sorrisi.
Assistemmo, rapiti, al progressivo aumento di luce determinato dall'apertura del portellone anteriore della nave; il sipario si stava alzando, ma non conoscevamo la trama della rappresentazione.
Le strade di Messina, piene di macchine strombazzanti, sature di un'umanità dai forti contrasti, ci dettero il benvenuto.
Tutto era diverso.
Quei tre chilometri tra Scilla e Cariddi rappresentavano tutt'ora un'interruzione netta, pensavo a questo con piacere mentre mi abbandonavo completamente alla strada, agli odori, a lui.
Dopo un po' vidi dall' autostrada la testa del coccodrillo che affiorava placidamente dall'acqua, lo stretto e lungo promontorio di Milazzo che si avvicinava e dettava ulteriori decisioni da prendere; potevo esserne divorata in un sol boccone o continuare il viaggio.
Strinsi forte la mano di Lamin appoggiata sul cambio.
"Sono tanti anni che non vedo Agrigento" dissi.
"Io non l'ho mai vista" e mi guardò, fra il divertito e l'interrogativo.
"Laggiù ci sono, proprio adesso, i mandorli in fiore, e anche i resti dei miei avi, credo, spero, e un sole che sembra inventato per tramontare solo lì; quando lo vedi lì, tra quelle colonne, difficilmente lo pensi in un luogo migliore..tu ce l'hai un posto simile?"
"No, non ho esattamente un posto..ho una canzone in testa che parla del mio popolo, e ha un titolo di una sola parola che non saprei tradurti: significa.. orgoglio di appartenere ad una tribù ben precisa, orgoglio di essere un tutto unico con la tua gente, e, se necessario, di combattere per essa; ma orgoglio non è la parola giusta, è troppo forte..invece questa parola viene..sussurrata, cantata con..gioia, direi. Più o meno. Ed è qui, nella mia testa.."
Il sorriso a trentadue denti ritornò vigoroso; le sue mani, ora entrambe sul volante, ferme, sicure, davano la rotta del nostro viaggio mentre si girava verso di me.
Lo guardai rapita, e un po' invidiosa.
Ero felice di essere lì.
Lasciammo il bivio per Milazzo alle nostre spalle, il sud del sud ci stava aspettando.


3 commenti:

  1. I "tondini" come li chiami non sono solo per un non si sa mai, la gente ha purtroppo scoperto che se la casa non è finita non si paga le tasse e quei tondini solo lì per ricordare che non è finita. Bella e malinconica la musica mi dà un bel senso di pace

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  2. A questo uso dei "tondini" non ci avevo pensato.Grazie della tua puntuale aggiunta.Ma ricordo personalmente un mio zio che sperava di ripartire con i lavori della casa appena mia cugina fosse arrivata all'età per "maritarsi".Per la cronaca mia cugina ora vive in Lazio e i tondini sono sempre lì, a Milazzo.Colgo l'occasione per ringraziare Cecilia di avermi ospitato tra suoi primi post dell'anno.Lo considero di buon auspicio per me, e spero anche per lei.
    Un abbraccio
    Toni

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  3. "Staccarsi dal mare è una follia, anche per un treno". Caro Toni, grazie a te. Noi il mare ce lo portiamo dentro, e diventa un mare fatto soprattutto di rumore e profumo, una specie di sottofondo che ci tiene a metà tra il luogo in cui si trova il nostro corpo e quello in cui si trova la nostra anima. Buon anno a tutti.

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