venerdì 5 dicembre 2003

L'apprendista


L’APPRENDISTA



 



L’Università, in base a nuovi programmi, intendimenti, so ben io cosa, ci ha mandato mesi fa una letterina che diceva “volete tenervi due settimane alla volta un laureando in studio?” Non lo diceva così, ci metteva due pagine, ma il succo, insomma, è che la Cristina ha detto: si, perché no? E da due settimane tutte la mattine un bambino biondo bellissimo con due grandi occhi grigi si aggira magrissimo e sorridente nella bolgia indescrivibile del nostro Centro Medico.



 



Afferma di avere ventiquattro anni, ed in effetti il conto torna; comunque ne dimostra sedici, scarsi. Cristina dice: è molto attento e preparato, l’ho tenuto quasi sempre in studio, ieri l’ho portato a fare un giro di visite diciamo così di psico geriatria e gli è piaciuto molto (Cristina è il Medico di Famiglia, ed a volta anche la Famiglia-Medico, di molti ex degenti dello smantellato Ospedale Psichiatrico locale). Io replico: domani faccio un giro di neoplastici in assistenza domiciliare e casa di riposo, pensi che gli possa interessare? Glielo chiedo, risponde la mia amica.



Un’oretta dopo un gentile bussare precede l’ingresso del bimboquasimedico, che, reso edotto, conferma una entusiastica adesione.



Ti vedo contento, dico, ti piace il lavoro nel nostro studio?



Ah, sono molto soddisfatto, non credevo che si trattasse di una esperienza così. In Ospedale ci dicono che i medici di base fanno due ore di ambulatorio al giorno e le trascorrono a scrivere ricette, non ero preparato a tutti questi casi, alcune cose non le avevo mai viste, è un gran lavoro, difficile, un bel lavoro, io ero convinto di fare il radiologo, ma dopo solo due settimane mi stanno venendo dei dubbi..



Lo interrompo, oddio povero ragazzo, che non si metta strane idee, meglio la radiologia, molto meglio, gliene illustro i vantaggi economici, lavorativi ed umani.



 



Comunque l’indomani lo trovo ad aspettarmi nell’atrio della casa di riposo, sono persino puntuale e l’infermiera mi sfotte: ma come, dottoressa, è già qui? Pensare che noi avevamo avvisato il dottorino che prima di un’ora non l’avesse aspettata!



Ho fatto un’eccezione per lui, oggi, rispondo. Facciamo bella figura, coraggio, così poi va in giro a farci pubblicità.



Non è una  bella mattina: Teresina sta morendo nel suo letto al primo piano. Ha quasi certamente un cancro all’intestino cui nessuno ha voluto metter mano. Da sette mesi la trasfondo e la idrato con tutti i mezzi, lei non vuole più mangiare. Proviamo a inserire in vena un cateterino, poi una butterfly, le vene sono sottili, completamente vuote, ti scappano davanti alla punta dell’ago, appena le incannuli si spasmizzano, se le buchi con la butterfly si rompono. Guardo l’orologio e m’accorgo che è passata un’ora. Mi sollevo dal letto della Teresina, le accarezzo la fronte asciutta, arida, le chiedo ancora se ha male. No, risponde, ma piangeva poco fa ogni volta che la sfioravo. Mi volto, alle nostre spalle silenzioso il responsabile della casa risponde al mio sguardo, con l’infermiera rovistiamo in farmacia e scegliamo un analgesico da darle.



 



Scendiamo. Scrivo sulla cartella



.”Gigi, pensa che possiamo riuscire a farle prendere uno sciroppo di morfina?” 



“No, credo di no, non deglutisce più.”



“Allora se questo farmaco non sarà efficace passeremo a morfina sottocute, mezza fiala ogni sei ore, aumentabile.” Guardo il ragazzo, “ti trovi?”, chiedo.



“Ma la morfina non aumenterà il blocco intestinale?”  Bravo bimbo, gli effetti li sa. “L’ho ricoverata quattro volte negli ultimi tre mesi, rispondo. Nessuno ne vuole sapere. La colonscopia, ma neppure un clisma opaco le hanno voluto fare.” “L’ultimo ricovero, interloquisce Gigi, è stato una tragica barzelletta”. Annuisco. “La lasciamo morire qui. Almeno la possiamo sedare. Conosci il ricettario per gli oppiacei?” “Quello giallo?” “No, roba vecchia, ora abbiamo questo qui”. Parliamo di dolore e di analgesia mentre visitiamo altre due nonne, un po’ meno moribonde della Teresina. Lo istruisco sulla consistenza e sulla antica tradizione delle due più influenti scuole mediche di tutti i tempi: quella de “i malati devono soffrire” e l’altra, altrettanto  illustre :“i vecchi devono morire”



 



Il cielo è grigio, carico in auto il mio apprendista e lo intontisco di chiacchiere e barzellette fino a casa di Otello. Suono e non risponde nessuno. Maledizione, come mai? Dovrebbe essere in casa attaccato alla flebo oggi e a quest’ora! Suono ancora. Sto per cedere quando Otello ci apre: “Scusate, ho la flebo, mia moglie è uscita a fare la spesa, è la prima volta che mi lascia solo, ma stavo così benino!”



Entriamo, strette di mano, resoconti allegri ed entusiastici della ripresa delle forze, veniamo messi a parte del numero di chilometri percorsi a piedi negli ultimi giorni, intanto riprendo il discorso sugli indici di malnutrizione, nessuno gliene ha mai parlato al laureando, sai quale è la maggiore causa di malnutrizione nei pazienti ricoverati? Non saprei, il cattivo cibo degli ospedali? No, il digiuno per esami. Coi tempi ristretti d’oggi sono capaci di tenerli a digiuno per quasi tutti i giorni di ricovero. Otello annuisce: s’è fatto diciotto giorni di digiuno assoluto, solo un po’ d’acqua in vena, al rientro a casa non riusciva a stare alzato neppure qualche minuto. Arriva la Bice, la sgrido: se la scoprono le Infermiere, le sente lei, sono molto rigide, lo sa? Mai lasciarlo solo durante la flebo! Si scusa mortificata e cerca di rabbonirmi con un ottimo caffè espresso. Via di corsa, fuori, verso casa di Ilde. Intanto il fanciullino mi chiede di Otello: ha metastasi? Spero di no, dico, ma lo sapremo fra dieci giorni con la TAC.



 



Ilde sta facendo la chemioterapia. Stavolta l’ha tollerata meglio. Tra una chiacchiera e l’altra programmo gli esami di monitoraggio dell’emocromo, visito la tetta sana che avrebbe un sospetto nodulino anche lei, richiedo una mammografia urgente di rassicurazione, ammiro i progressi del braccio destro che si solleva quasi fino in verticale grazie alla fisioterapia, gratto il muso del gatto bianco persiano, discuto di problematiche INPS e di datori di lavoro che erano buonissimi quando lei stava bene, e adesso mettono le mani avanti, che delusione, non era amicizia, o se lo era valeva poco in denaro.



 



Siamo fuori di nuovo. Mentre sale in macchina mi guarda con l’aria sofferente e dice: “Sai, forse sono troppo sensibile per questo lavoro”



Accidenti, penso, l’ho fatto star male.



Penso a come sto male io, non a quanto, ma a come. Si chiama compassione, il termine tecnico è questo, ma non glielo dico.



Invece gli spiego quello che hanno spiegato a me: la sofferenza è come la puzza, non si può nascondere. Come senti la puzza del tuo paziente, così senti la sofferenza. E come a volte la puzza ti serve per fare la diagnosi, allo stesso modo la sofferenza, il tipo di sofferenza e l’intensità della stessa, ti servono per fare diagnosi. E se sei molto sensibile è meglio: non rischi di lasciartela sfuggire, e non rischi, quindi, di confonderla con la tua propria sofferenza. Come la puzza, tale e quale. Se è una puzza bella forte non hai dubbi nel dire da dove viene. Ma invece un lieve sentore di sudore potrebbe essere tuo come potrebbe essere suo, no?



Ne parliamo a lungo, è un ragazzo sincero: alla fine mi dice che ha capito il mio discorso, ma che non ha le esperienza necessarie con cui confrontalo. Ma se lo ricorderà e ci proverà anche a metterlo in pratica.



La sofferenza degli altri è diversa dalla tua, ricordati questo dico. Si, infatti, riflette, è tutta la mattina che non ho pensato neppure una volta alla mia ragazza, cioè alla mia ex ragazza che mi ha lasciato. Sembra un po’ stupito.



Dice che tornerà a trovarci in studio, la Cristina l’ha invitato a venire quando vuole.



 



Che ne dite, vi è piaciuto?

5 commenti:

  1. Sembra MASH. A parte gli scherzi, secondo me dovresti collazionare tutti i testi scritti finora e trasformarli in un libro. Sinceramente non so che genere di libro potrebbe venirne fuori, ma sarebbe di certo un libro da leggere. Quanto alla domanda che mi hai rivolto, ti ho risposto su RobeStrane. Ciao. Mauro. P.S. Appena potrò linkerò anche questo blog.

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  2. Grazie per la gentile risposta. In realtà sono solo stupito che tu riesca a frequentare il blog di maestri senza arrabbiarti per una qualunque delle cose che scrive, Ma forse sono io a essere prevenuto nei suoi confronti. Ciao, e continua così!

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  3. bellissimo,davvero! Forse perche' anche io da dottorina (spero a luglio) mi sono rivista in quello che tu chiami bimbo..... mi sarebbe piaciuto essere io quel laureando,,,,,, credo che tu sia davvero una brava professionista, almeno a quanto leggo traspare l'amore per il paziente ( e credimi, tra prof et al..... ho visto tutto tranne che amore per il paziente.... c'è chi vede i malati come delle cavie per le loro ricerche,triste a dirsi)!
    Io in compenso, dopo ben 3 anni di nefrologia ho deciso il mese scorso di cambiare la mia vita..... faro' una tesi in etnopsichiatria(anoressia)..... spero di aver fatto la scelta giusta!

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  4. non è amore, dear, si chiama compassione, è un termine tecnico, ma anche se non lo fosse non bisogna mai vergognarsi di usare le parole giuste. Vuol dire "io sento passione con te". Indispensabile! Non posso comprendere, "prendere con te" se non "soffro con te" o "gioisco con te" o "m'inc***o con te"

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  5. P.S. è certamente giusta se è giusta per te. Baci baci

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