martedì 2 dicembre 2003

Cosa scriverò sul frenulo in giro


COSA SCRIVERO’ SUL FRENULO IN GIRO



 





Nel 1970 ho cominciato a frequentare il liceo. Il ginnasio, per la precisione. Il primo anno, la quarta ginnasio, fu durissimo e straniante. Ma conobbi Carla.



 



 



Carla era più giovane di me. Io avevo compiuto tredici anni il 10 settembre di quel glorioso 1970, lei ne ebbe formalmente dodici per tutto il primo mese di scuola, fino al primo novembre, giorno del suo tredicesimo compleanno. Le nostre mamme erano maestre. Entrambe ci avevano portato a scuola per parcheggiarci e si erano ritrovate con le figlie alfabetizzate senza neppure averlo premeditato. A quel punto era impensabile farci, per così dire, ripetere la prima, quindi un passo avanti, prego.



 



 



La tragedia si consumò proprio in quel 1970 in cui infantili, prive di seno, gracili e timide, io troppo alta e lei troppo bassa, ci ritrovammo impotenti a sostenere la concorrenza delle quindicenni evolute, truccate e spesso fornite di ghiandole mammarie incredibilmente sviluppate, nonché del permesso di portare calze di nylon , scarpe col tacco e minigonne, al posto dei nostri calzettoni traforati di cotone o calzini da ragazzo dentro scarpe da tennis o mocassini e pantaloni di velluto a righe e gonne sotto il ginocchio. Noi non avevamo il reggiseno. Facevamo il liceo e non avevamo il reggiseno. Neppure la prima misura. Troppo grande. Tutto quel che avevamo da esibire a commesse costernate erano due capezzoli piuttosto rigonfi, spesso dolenti, con una nocellina appiattita discoidale sottostante, abbozzo di ghiandola mammaria futura. Francamente di nessun interesse per le commesse o per chicchessia.



 



 



In compenso eravamo intelligenti. Brillanti. Carla molto più di me. Lei ascoltava musica, studiava inglese, e scriveva un romanzo horror in anni in cui i romanzi horror la gente non sapeva neppure cos’erano. Bello, quel romanzo, pieno di gente morta ammazzata e con una ragazzina per protagonista, naturalmente, scritto a mano su un quaderno a righe che somigliava incredibilmente al FiG. L’altro giorno ascoltavo una delle sue canzoni preferite, cantata da Johnny Cash, ma è di Paul Simon, “like a bridge over troubled water”, lei adorava Paul Simon, aveva scolpito sul banco di legno, probabilmente anteguerra, il disegno di un ponte ed un adolescente chitarrista seduto sulla spalletta, tutto con le penne a biro rossa e verde e blù e nera, e canticchiava la canzone ed io non capivo l’inglese, si studiava francese allora, e lei mi traduceva con l’aiuto di un dizionarietto tascabile. Vive tra la Sardegna e l’Inghilterra, adesso, pura anima isolana.



 



 



Divago, come al solito. Quindi mi arriva il FiG. E somiglia al quaderno di Carla. Poi AnFaM ci scrive dentro che somiglia al diario di una sua amica – cuoricini cuoricini cuoricini – e penso al diario di Carla che era innamorata di uno che chiamava Pinocchietto e diceva di essere ammalata di Pinocchite, così il diario era pieno di disegnini di Pinocchi e di tristissime storie tipo “lui non mi vede neanche” “ah, perché non si accorge di me?”. La tragedia era una tragedia familiare, anche, visto che Carla aveva, ed ha, una sorella di due anni maggiore, di venti centimetri circa più alta, straordinariamente bbbona, che causa un piccolo disguido scolastico (ovvero nessuna voglia di studiare) ripeteva la quarta ginnasio ed era nella stessa classe con noi (e ci rimase due anni, poi passò alle magistrali e si mise a fare l’indossatrice a tempo perso ed adesso fa l’insegnante come le nostre mamme, fine della digressione). Pinocchietto non vedeva altri che Joe, la sorella maggiore. Anche il giovanotto (si fa per dire) che io adoravo (adoravo, si, adoravo, ebbe’?) non vedeva altri che Joe, e tutti i nostri compagni di classe, quelli delle classi successive, tutti quelli dello stesso piano terreno più un certo numero dei piani superiori che durante la ricreazione escogitavano trucchi miserabili per migrare al piano terreno ed offrire in dono alla dea Joe merendine, panini, aranciate e, i navigati, sigarette americane, non vedevano altre che Joe.



 



 



Si potrebbe pensare che due anni dopo Carla fosse cresciuta e diventata splendida come la sorella, ma no, è rimasta un metro e cinquantasei ed ha raggiunto con difficoltà una terza di reggiseno, scarsa. Ha continuato a portare i capelli corti ed i pantaloni di velluto con le scarpe da tennis. Ad andare bene a scuola. E a non avere uno spasimante neppure a pagarlo.



 



 



Carla viveva in un suo mondo personale, o meglio portava nel mondo un suo mondo personale, trasfigurava il mondo intorno a sè come se generasse una specie di fantascientifica “bolla di distorsione”. Ho scritto una strofetta per lei, ai tempi. Secondo Mozzi ha i requisiti per essere definita poesia, essendo cosparsa di “a capo” random che la riducono in brandelli di frasi di lunghezza più o meno simile e affastellati in mazzetti d’un ugual numero di pezzi. Come i ravanelli dal verdumaio. Definizione assai elastica di poesia, straordinariamente elastica, imprevedibilmente elastica, ma in grazia della quale ve l’ammannisco senza scrupoli



 





Quando stavamo



a Carlottenburg



Costruivamo per noi



noi stessi ogni cosa.



 





Odio e amore,



piaceri e bisogni,



c’era il bello ed il buono



come noi volevamo,



 





e ci piaceva e ci dispiaceva



quel che avevamo creato



quando stavamo



a Carlottenburg



 





Tanto questo è il frenulo in giro, si legge a proprio rischio e pericolo. E magari lo posto anche sul blog, anche quello si legge come sopra.



Poi cosa ci va sul FiG?



 



La lista dei preferiti. Quella la scrivo a mano, la tiro giù domani. Poi rispedisco il FiG. A Matera. Ah!



 



 



Alfonso Gatto, credo fosse lui, si, disse una volta che da giovane aveva un vestituccio liso e rivoltato, e se ne vergognava. Aveva solo quello e doveva girare con quello indosso fra la gente, e si sentiva a disagio e un po’se ne vergognava. Poi erano passati molti anni, lui era rimasto lo stesso, la stessa persona, uguale. E stavolta aveva indosso un corpo liso, vecchio e liso, e con quel corpo indosso doveva girare tra la gente, aveva solo quello, e tragicamente si sentiva a disagio, e forse pure se ne vergognava.



 



 



La rete ci porta in giro incorporei, senz’abiti, senza pudore. Ci rende schiavi e ci rende liberi. Poi ci rialziamo nella nave di Morpheus. La realtà in cui sogniamo. Buonanotte, cari amici. Seguono i miei link.



 



 



Più tardi, nella notte, in attesa che il consorte liberi il bagno per la mia doccia.



 



Dopo molti anni ho incontrato un vecchio compagno di scuola. Parla che ti parla ha escalmato sognante Ah, Joe, bellissima, ineguagliabile! Ora il  mio amico è un gran bravo ragazzo, una bella testa, un chitarrista notevole, da conservatorio, è persino diventato un bell’uomo, maturando, si capisce. Ma che io mi ricordi ai tempi nessuna se lo filava. Ma proprio nessuna nessuna, veh? Lui, invece, adorava Joe.



 



 Lui adora Joe, sogno dei sogni, m’ha detto l’ho rivista di recente, bellissima, ineguagliabile, io ho avuto un moto insopprimibile di livore, è una tragedia, vedete, perchè Joe, alla soglia dei cinquanta, è morbida, flessuosa, voluttuosa, ricciuta, soavemente candida e deliziosamente popputa, giraffona elegante che negli occhi del maturo spasimante è insieme la snellissima gazzella d’allora, così ch’egli si senta sempre leone nella savana,e se giace il preservativo (alla menta) intonso nel frenulo a mano, (a mano), che importa, che cale? Ahi Sigismondo, che la vita è un sogno!



 



Vado a dormire, và.



 

2 commenti:

  1. Vedo con piacere che il Suo viaggio interiore è cominciato. D'altra parte l'adolescenza è l'esplosione della vita, dell'Eros. E per Lei che parla e si occupa sempre di morte, questo post sembra proprio essere "l'altra faccia della medaglia".
    Abbracci
    a.moroni

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  2. Ciao Cecilia,mi sono iscritto anch'io a Fig.E' un'idea meravigliosa, una staffetta lunga quanto la nostra bella penisola, con un testimone che rivelerà gioie,emozioni,pianti,sorrisi e quant'altro di un collettivo sgarrupato,perplesso,informe ma meravigliosamente umano.
    Un caro saluto
    Toni

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