sabato 27 dicembre 2003

CERTAME

CERTAME


 



La gente usciva di casa prima dell’imbrunire nelle lunghe giornate d’estate, ognuno portando la propria sedia, per le strade spazzate accuratamente dalle massaie e innaffiate con l’acqua sparsa a manate dai secchi per impedire alla polvere di levarsi, e per rinfrescare il suolo.


Il sagrato della chiesa era un terrapieno pavimentato cinque gradini più alto della restante piazza, in mezzo alla quale torreggiava il palco quadrato, di legno, circondato da un corrimano.


I posti sul sagrato, in prima fila, erano i più ambiti e presto occupati. Ognuno saldamente assiso nel proprio quadrato di spazio, si ingannava il tempo con chiacchiere amabili ed infinite. Parecchie donne si portavano un lavoro da continuare, testimoni della propria convinzione che tenere le mani ferme in grembo fosse una pratica immorale.


Ah, l’invidia per quegli appassionati, sempre presenti ad ogni gara, disposti persino ad una trasferta! E l’insistenza con cui trattenevo gli adulti restii, ancora un minuto, ancora un poco, una strofa, un’altra! Ed i propositi: quando sarò grande non ne mancherò una. Senza sapere che tempo una decina d’anni neppure una ve ne sarebbe stata più, neanche un incontro, neanche un cantore!


 



De giardinu splendida venerada rosa


Sa prus chi a mei a fattu incantai


Po tui mi passu una vida penosa


Su sentidu fissu a considerai


Ses bella, distinta, cara, luminosa,


Atera no nd’appu poziu osservai


Comenti ses tui, serena, amurosa


Candu de sa menti mia nd’as’ andai?


 



Candu nd’as’andai de sa menti mia?


Ricca de grandesa e dignu colori


Po mei ses tui sa ver’allegria


Mandada de su Divinu Signori.


Cun su bell’odori mi donas cuntentu


Ses de follas centu cara verginella.


Cumment’una stella in giardinu risplendis


Saludi mi rendid su ti cuntemplai


 




( Splendida, venerata rosa di giardino


quella che più m’ha incantato:


a causa tua passo una vita penosa


con la mente assorta nel pensarti.


Sei bella, distinta, cara, luminosa,


come altra non ho veduto.


Per come sei, serena, amorosa,


Quando dalla mente mia te n’andrai?



Quando te n’andrai dai miei pensieri?


Ricca per grandezza e perfetto colore,


per me sei tu la vera felicità,


mandata dal Divino Signore.


Con il tuo profumo mi rallegri,


sei centifolia, cara verginella.


Come una stella splendi nel giardino,


mi risana il contemplarti)


 





Accompagnati dalla chitarra, al cospetto di una giuria, a turno cantavano la composizione preparata sul tema assegnato, facendo sfoggio di inventiva, rima, padronanza del piede, ossia della metrica, il che era la parte più difficile, su cui si incentravano le critiche degli ascoltatori: ha perso il piede, hai sentito?. no, non l’ha perso, ma ha azzoppato una parola per starci dentro! E’ come l’ averlo perso, che ti credi? Anzi peggio, che mica sta improvvisando, doveva cambiare tutta la tornata, si chiama pigrizia, oppure non è capace!


 



La Cantada poteva essere composta da una serie di strofe, in genere rimate e rigorosamente metriche così da potere essere cantate su accordi musicali e ritmi tradizionali; in genere si premetteva una dichiarazione iniziale (intrada) cui seguivano una serie di strofe o torradas, numerate in prima torrada, sigunda torrada, e via dicendo. La dichiarazione esplicitava il tema, spesso assegnato dalla giuria e talvolta correlato alla manifestazione o alla festività che dava occasione al certame. Le strofe potevano essere composte e cantate dallo stesso poeta oppure a turno dai concorrenti, una o più per ciascuno. Talora veniva fissato il vincolo di cominciare la prima delle proprie strofe con gli ultimi due versi cantati dal cantadori precedente: questo impediva al concorrente sleale di adattare poesie già memorizzate anziché attenersi rigorosamente all’improvvisazione, alla composizione estemporanea. Un certo repertorio veniva comunque usato e rimaneggiato, soprattutto dai meno talentosi.


 


Altre volte la gara prevedeva una serie di prove: prima la cantada su tema prestabilito in anticipo, quindi una su tema libero, scelto dai concorrenti. A queste due prove non improvvisate seguiva la cantada estemporanea vera e propria con interventi dei concorrenti a turno e ad eliminazione: chiaramente chi non era in grado di produrre una risposta veniva eliminato fino a giungere alla proclamazione di un vincitore.


 


Si vincevano dei grossi premi in denaro. Mio nonno Nostassiu cominciò a gareggiare a sedici anni e coi premi guadagnati due anni dopo acquistò il primo appalto del sughero in Barbagia e negli anni successivi diverse vigne. Era nato nel 1872, tanto per darvi un’idea dell’epoca di cui parliamo.


 



Un esempio di canzone costruita con introduzione e strofe : è il testamento della giovane che muore prima del ritorno del fidanzato dalla guerra.


 



No tengu prus coru bellu de ti scriri


A tanti patiri mi portad sa sorti


A pressi sa morti m’ad’a sepultai



 


De mi sepultai e’begna s’ora


Gesusu sa vida m’ad’abbreviau


Pregasiddu bellu a Nostra Signora


Pro chi mi perdonidi algunu peccau.


Candu cungedau benis de su rei


Suspirus po mei non bollu a ghettai.


 



Lassa su sospiru e ancora su prantu,


Lassa sa tristesa, bivi in allegria.


Una borta in s’annu beni a campusantu,


Ascurta una Missa po s’anima mia.


Un’Ave Maria arresa con coraggiu


E nara ta viaggiu chi deppemu fai


 



(Non ho più la gioia di scriverti,


tante sofferenze m’ha dato il destino:


fra poco la morte mi seppellirà.



E’ giunta l’ora del mio funerale,


Gesù m’ha abbreviato la vita.


Prega, mio caro, Nostra Signora


Perché mi sia perdonato ogni peccato.


Quando sarai congedato dal re


Non voglio che per me tu pianga.



Lascia il sospiro, lascia il pianto,


lascia la tristezza, vivi in allegria.


Una volta l’anno vieni al camposanto,


ascolta una Messa per l’anima mia.


Un’Ave Maria recita con coraggio,


e racconta il viaggio che avrei dovuto fare)


 




Prosegue per dodici strofe ed è seguita dalla risposta dell’innamorato che ha saputo della morte dell’amata:




 


Ita di oscura po su coru meu


Appena appu biu su sigillu in nieddu.


Non prus a Casteddu giuru de torrai.


 



Non prus a Casteddu, non prus andu a biri,


a unu disterru mi ndi bollu andai!


Candu ritardasta bella de mi scriri


Cussu immi fiada prusu ita penzai


De telegrafai o luminosu sprigu,


I aicci sigu a prangi e a suspirai


 



Suspiru po tui colomba di oru


Fiasta cara stella po sa vista mia.


Ti ndi riscattammu de manus de moru


E ti coltivammu de sendi pippia.


Finzas mamma mia postu t’iad’affettu


Ca fiast’oggettu car’e preziai



 


(Oggi s’è fatto buio per il mio cuore


appena ho visto il sigillo nero.


Giuro di non tornare più a Cagliari.



Mai più a Cagliari, mai più ti vedrò,


me ne vorrò andare in esilio!


Quando tardavi, o bella, nello scrivermi,


Questo mi dava da pensare


Di telegrafarti, luminoso specchio,


E così continuo a piangere e a sospirare.



Sospiro per te, colomba d’oro,


eri una stella luminosa per la mia vita.


T’avrei riscattato dalla mano del moro,


e ti coltivavo da quand’eri bimba.


Anche la mia mamma t’amava


perch'eri oggetto caro da apprezzare)


 




E questo è un esempio di canzone su tema. Dopo un furto in Chiesa, si festeggiava il ripristino degli arredi sacri. La cantada riepiloga il fatto e descrive in dettaglio cosa venne asportato e come, a cura delle autorità e della cittadinanza, viene solennemente riparato al danno


 



S’annu ottantascincu milliotuscentus


Su quattru de gennaiu s’ad’arregordai.


Raccontu su fattu con tristus lamentus


Su coru non mi bastad a ddu recitai.


 


Miseru, Quartu, prenu de ispaventus


Su biri sa domu de Deus oltragiai.



Su biri sa dommu de Deus oltragiada


Già ti podis nai mundu ingannadori


Sa notti is ladronis de fidi ostinada


Intranta a sa parti de su gemitoriu


Tempus provisoriu nai tenta deppi


De Santu Giuseppi giustu in za cappella


Senz’e cautella depius abasciai


 



Senz’e cautella nci abascianta inguni


Is vilis infamis in za propria ora


Subitu in z’istanti si sega sa funi


S’appoggianta in coddus de Nostra Signora


Vera protettora de guardia santissima


Mamma preziosissima de su Suberanu


O sacra, o santa manu depia guastai



Depia guastai senz’e pietadi


Creu chi da tenganta sa paga sigura


Si no in gusta vida in z’eternidadi


Po simili oltragiu, po simili fura.


O Deus de s’altura e ita penzais


S’in casu donais a i’gustus vittoria


Inzadus sa gloria ita bolid nai?


 




(L’anno ottantacinque del milleottocento


si ricorderà il quattro gennaio.


Vi racconto il fatto con tristi lamenti


Non mi basta il cuore per recitarlo.


Misero, Quartu, pieno di spavento


Nel vedere oltraggiata la casa di Dio!



Nel vedere la casa di Dio oltraggiata,


Mondo puoi dirti ingannatore!


Nottetempo i ladri senza fede


Entrano dalla porta laterale


Dovevano aver poco tempo


Senza tanti riguardi scendono


dalla cappella di S. Giuseppe



Scendono da lì senza riguardi


I vili, gli infami in quel momento


La fune si rompe all’improvviso


Cadono addosso a Nostra Signora


Vera protettrice, santissima custode


Madre preziosa del Sovrano


O sacra, o santa mano rovinata.



Rovinata senza pietà


Credo che abbiano sicura ricompensa


Se non in questa vita nell’eternità


Per un simile oltraggio, per un simile furto


O Dio dall’alto che fate?


Se date a questi la vittoria


allora la gloria che significa?


 



Questo infine è il dialogo tra una donna che accusa il fidanzato d’averla lasciata, mentre lui risponde giustificandosi:


 



Femina, intrada:


Aicci tottu ind’una tindi ses pentiu


E non as cumpriu su votu giurau


De sa voluntadi t’anti proibiu


Po essi postu menti a chi t’a cunzillau.


Su coru mi lassas de luttu bistiu


Po m’essi cun tui sposa nomenau


Su tempu chi as’ essi tui bagadiu


No istimu prusu un ateru amorau.



 


1 Torrada, femina:


No istimu prusu un ateru amanti


Finas chi s’amori ddu biu de foras.


Immoi no ses prusu su chi fiast’innantis


Nau ca t’anti postu in sa conca violeras


Sa stimazini e’bennia mancanti


Mancai poicciocca canosciu maneras


Mali mi operas puita m’ingannas


Mancanzias mannas no tind’appu fattu



 


2° torrada, omini


Nemancu un ratu abbandonau m’asi


‘Scurta e poni menti su chi nau deu


In su copru miu continu ci stasi


Chi tui ses giusta cumenti ti creu.


Sa stimazioni d’app’a perdi crasi


Si chi via ‘ a ‘ primu scisi ancora seu.


Sempiri narendi ca mi sesi sposa


De genti ìgelosa no nd’appu ascurtau.



 


3° torr. femina:


De genti gelosa na’ chi non d’ascurtas:


Ti creis chi tanti ndi seu sigura?


Mira no ti prandas de linguas bruttas


Ca cussas ti poninti fogu e calentura.


Sunti di e notti sempiri in seduttas


Contrarias a mei dogna impostura


E deu sa scura, trista i affligia


Prangendi sa mia sorti


I abbandonada de chini m’ad’amau



 


4° torr omini


Chini t’ad’amau mai t’abandonada


Aicci ti cunzillu, poni menti a mei.


Ita bolis fai sa genti arrexonada?


No siasta tanti facili a ddu crei.


Su mundu permitti meda e pagu donada


Ma chi s’inganneus proibi sa lei.


Po icussu in sei sempiri ci sesi


E non passa mesi, ne ora, ne di


Cunfirmu in su si chi si seus donaus.



 


(Così di colpo ti sei pentito


e non adempi al voto giurato.


Hanno cambiato la tua decisione


Ed hai ascoltato chi t’ha consigliato.


Mi lasci il cuore vestito a lutto


Io che sono stata tua fidanzata.


Ora che tu sarai signorino


Io non vorrò un altro innamorato

2 commenti:

  1. GianRuggeroManzoni28 dicembre 2003 16:04

    E' giusto che tu abbia messo giulio mozzi tutto in minuscolo...vieni...poi potrai mettere chi di dovere in maiuscolo.

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  2. Molto interessanti i tuoi post..come sempre....ciao..vedrò di sognare se ci riesco ancora ma è assai difficile..^^

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