martedì 16 dicembre 2003

ANTONIANO


ANTONIANO



 



Continuammo a remare finché l’isola non fu in vista. A quel punto smisi di remare e presi due pesanti cappotti azzurri e due maglie di lana a maniche lunghe, sempre azzurre, dalla barca.



“Togliti il cappotto e la maglia che hai indosso e metti questi”.



Lui si cambiò maglia e cappotto, in fretta per non rimanere congelato. Pareva un po’ perplesso. “Dopo ti spiegherò” lo rassicurai.



Trasportata dalle onde, la barca raggiunse la riva e si fermò.



“Fa abbastanza freddino” mi disse, scendendo sulla spiaggia.



“Direi di sì” risposi, “D’altronde, siamo abbastanza vicini al circolo polare”.



Mi guardai attorno: il paesaggio, nel suo insieme, aveva qualcosa di suggestivo. La spiaggia era composta di una sabbia bianca, molto fine. Oltre la spiaggia il terreno era di colore scuro, liscio e quasi privo di vegetazione, eccetto alcuni arbusti e qualche conifera isolata; in alcuni tratti era coperto di neve o nevischio. Al centro dell’isola si alzava una collina dai pendii non troppo ripidi, inclinati circa di 45 gradi; a prima vista giudicai che fosse alta un paio di centinaia di metri, forse un po’ di più. Oltre la cima della collina, però, una leggera foschia rendeva più difficile distinguere i dettagli.



“Dunque mi dicevi che su quest’isola abita la famiglia dei Duchi di ***, giusto?”



“Precisamente” ribattei, “La loro residenza è sul lato opposto della collina; se non ci fosse questa dannata nebbia, la vedremmo di sicuro.” Feci una pausa per prendere fiato, poi continuai: “Si riesce ad entrare comodamente sai? Basta che dici di essere un addetto alle pulizie e ti lasciano stare.”



“Sul serio?”. Non sembrava disposto a credermi.



“La villa si estende per un lungo tratto sotto il livello del suolo, quindi è molto più ampia di quanto ci si possa immaginare; di conseguenza gli inservienti sono così tanti che nessuno li conosce proprio tutti, e nessuno ci fa tanto caso.” Mentre parlavamo cominciavamo ad incamminarc verso al cima della collina.



“E se la cavano così? Con tutte le ricchezze che hanno, la tentazione di rubare verrà...”



Lo interruppi con un cenno. “Nessuno ruba niente per il semplice motivo che nessuno se ne fa niente. Gli inservienti che accettano il lavoro sanno che devono rimanere qui per il resto dei loro giorni. Esistono solo due modi per andarsene: il primo è a nuoto, il secondo è usando l’aereo privato dei Duchi. Dato che l’acqua è ad una temperatura di quattro gradi sopra lo zero, e l’hangar ha un sistema di apertura basato sulle impronte digitali, nessuno ha la possibilità di andarcene. Di conseguenza a questo, non ci sono nemmeno guardie sull’isola.” Mi fermai un attimo, poi ripresi. “La nostra barca, in questo momento, rappresenta l’unica via per andarcene.”



 



Le macchie di terreno innevato andavano aumentando di numero e dimensioni man mano che salivamo sulla collina, così come le conifere lasciavano spazio ai piccoli arbusti senza foglie.



“È ancora lontana la cima?” Mi chiese.



“Siamo quasi arrivati. Ancora qulche metro e ci siamo.”



 



Indicai la grossa torre color cenere. “Quella lì è la Villa dei Duchi.”



“Non sembra poi così grande” mi rispose.



Eravamo seduti sopra un grosso macigno in cima alla collina. Davanti a noi, a parte la grossa torre, il paesaggio era identico a quello che appariva alle nostre spalle.



“Te l’ho già detto, la maggior parte della villa è sotterranea. Quello che vedi è poco più della punta di un iceberg.”



Mi alzai in piedi sul macigno e mi guardai attorno. La foschia si era un po’ diradata, quindi la visibilità era decisamente migliore. A poca distanza da noi scorsi un sentiero che portava dritto dritto alla villa.



“Da quella parte” dissi.



 



“Senti una cosa.”



Camminando sul sentiero, eravamo giunti in vista dell’ingresso principale.



“Dimmi tutto” dissi io.



“Mi hai detto poco fa che non c’è modo di lasciare l’isola”



“Infatti, è proprio quello che ho detto”



“Allora come diavolo mangia questa gente?”



“Credo ci sia una serra idroponica o qualcosa di simile, nei sotterranei - risposi - E comunque, il mare in questa zona pullula di pesci di varie specie. Inoltre una volta alla settimana vengono paracadutati altri prodotti alimentari e non, oltre alla posta.”



Fece per incamminarsi verso il portone principale, ma io lo fermai.



“Se entrassimo dal portone principale potrebbero sospettare qualcosa. Lasciando la barca fuori dalla loro vista non abbiamo destato sospetti, ma per continuare così dobbiamo entrare da un ingresso ausiliario, di quelli usati dai pescatori. Per questo ti ho fatto mettere quei vestiti azzurri: è la divisa d’ordinanza dei pescatori.”



“Pescatori... Ma allora ci sono altre barche?”



“No. C’è un sistema speciale per attirare i pesci a riva, di cui non ricordo il funzionamento. Comunque, stanno sulla riva.”



Aggirammo l’ingresso e svoltammo sul lato destro, quello rivolto verso il mare. A circa venti metri da noi stava l’ingresso dei pescatori.



“Di qua” gli ordinai. Mi seguì fino a che arrivammo davanti al portone di metallo. Girai una maniglia sul portone (ero già entrato altre volte nella torre usando quell’ingresso) ed entrammo.



 



Seguimmo il labirinto di corridoi scale e ascensori fino ad una balconata, posta sopra quella che doveva essere la sala da pranzo, ovvero una stanza enorme, tappezzata di blu, con al centro un’ampia tavolata. La balconata, era qualcosa come trenta metri sopra la sala, e il soffitto era posto un paio di metri sopra di essa.



“Come ti dicevo, non abbiamo avuto problemi.”



“Già...”



Camminammo lungo la balconata finché non ci imbattemmo in un cagnetto bianco enormemente piccolo. Presi il cagnolino nel palmo della mano (e ci stava tutto) e lo accarezzai delicatamente con un dito.



“Ti presento Antoniano, il cagnolino dei Duchi.”



Sembrava uscito dai cartoni animati. Binaco, dal pelo e dalle orecchie lunghi (relativamente alle dimensioni del cane, ovviamente), stava nel palmo di una mano. Mentre lo accarezzavo uggiolava tutto contento: già mi aveva conosciuto in diverse occasioni.



“So a cosa stai pensando: ‘ma guarda questo cane, sembra uscito dai cartoni animati’. Ora ti spiego una cosa che forse non ti piacerà: questi cani minuscoli sono ottenuti per via genetica, e di solito non superano gli otto anni di vita. Antoniano è giovane, credo che adesso abbia otto o nove mesi, quindi al momento nessuno se ne preoccupa.”



“Che cosa orribile...” Mi rispose indignato.



“Vero eh? Però questi batuffolini vanno di moda fra le famiglie nobili del pianeta, e non importa a nessuno il fatto che sia una crudeltà nei loro confronti, tranne al WWF ovviamente, ma quelli non li si ascolta quasi mai.”



Ci sedemmo per terra e ci appoggiammo ad una parete. Continuammo a coccolare Antoniano, che ne era felicissimo, fino a che una voce stridula non mi riportò nel mondo reale dalle mie fantasticherie.



“Chi siete voi due?”



Mi alzai. La voce era di una donna, sulla cinquantina forse, volto bianco e allungato, capelli biondi (ma si vedeva che erano tinti), cestita elegantemente in un modo che a prima vista mi fece venire in mente un abito da sposa, però di color rosa anziché bianco.



Mi alzai in piedi e risposi con la voce più gentile che la mia ipocrisia potesse produrre: “Pescatori, signora duchessa. Stavamo ritornando ai nostri alloggi e ci siamo fermati ad accarezzare il piccolo Antoniano. Ad ogni modo stavamo per lasciarlo andare e tornare alle nostre stanze.”



“Voi due tornerete immediatamente ai vostri alloggi.”



“Certamente, signora duchessa.”



Mi piegai in segno di rispetto. La duchessa, senza nemmeno guardarmi, si era incamminata nella direzione che avevamo seguito prima di incontrare la bestiola. Ci affrettammo nella direzione opposta, seguiti dall’uggiolante aniamletto che reclamava un’altra dose di carezze. Arrivati alla porta da cui eravamo venuti, però, mi chinai verso Antoniano e gli sussurrai:



“Vai, piccolo Antoniano. Il tuo posto è qui, fra i nobili, mentre il mio è a morire di fame fra i plebei della mia razza...”



Il povero cagnetto sembrò capire quello che dicevo. Buono buono si voltò e si incamminò lentamente lontano da noi.



 



Uscimmo da un piccolo ascensore di servizio, sbucando in una sala in cui pareti, pavimento e soffitto erano ricoperti di metallo.



“Ecco, questa è la sala delle turbine.”



La sala era bassa ed ampia; le pareti ed il soffitto in metallo; in un angolo del pavimento erano ammucchiati attrezzi di vario genere: cesoie, chiavi inglesi, cacciaviti e tutto quello che poteva servire per la manutenzione. Alle pareti svariati marchingegni, in gran parte accumulatori. Sul lato destro un pannello pieno di bottoni e luci, probabilmente il centro di controllo.



“Veramente di turbine non ne vedo qui...”



“Infatti non ce ne sono. Viene chiamata ‘sala turbine’ perché da qui vengono controllate le turbine vere e proprie che forniscono energia all’impianto. È una centrale elettrica autonoma. Le turbine vere e proprie sono sott’acqua; sfruttano una corrente sottomarina che è molto forte in queste zone. Ci si può accedere da un portello da qualche parte in questa stanza, se hai uno scafandro...”



Mi avvicinai ad un accumulatore all’angolo sinistro, un semplice cubo metallico con un interruttore sulla facciata superiore per attivarlo o disattivarlo.



“L’energia in eccesso viene immagazzinata in questi accumulatori, pronti ad entrare in funzione nel caso qualcosa non andasse.”



Poi mi girai e camminai versoil quadro comandi. Rapidamente un bieco progetto prese forma nella mia mente...



“Pensa... Così isolati, così sicuri di loro... Eppure così vulnerabili...”



L’impulso prese il sopravvento. Muovendo agilmente le dita sulla tastiera disattivai prima i sistemi di allarme, poi i sistemi subacquei per la produzione di energia. Prima che potessi fare di peggio, il mio compagno mi trascinò via dal quadro comandi.



“Che ti salta in testa!? Vuoi che ci scoprano?”



Scossi la testa.



“Non ci scopriranno. Nessuno può sospettare nulla.”



Detto questo, mi incamminai ancora verso l’ascensore, ridendo istericamente.



 



“Una volta esaurita l’energia degli accumulatori, gli impianti di riscaldamento, le cucine, le serre, l’illuminazione, tutto si spegnerà, e i Duchi rimarranno al buio...”



Ci dirigevamo frettolosamente verso l’uscita.



“Ma perché tutto questo? Moriranno tutti...”



“Gente così stolta dovrebbe essere già sparita per selezione naturale, e comunque la loro stupidità mi irrita.”



“Non hai nemmeno un rimorso? Nemmeno per il cagnolino?”



Una testolina pelosa bianca fece capolino dalla tasca del mio giaccone.



“Nessun rimorso in assoluto.” Guardai il piccolo cagnolino geneticamente modificato. “Tu hai rimorsi, Antoniano?”



....



 



Concesso da Alex, che s'inchina e ringrazia

Nessun commento:

Posta un commento