domenica 30 novembre 2003

RISPOSTA ALLA DOMANDA DI REVERIE: PERCHE’ PARLO SPESSO DI PERSONE MORTE


 


Cara Reverie, se vai sulla Casa dell’Ozio, alla data del 31 ottobre troverai un post con l’autoritratto del pittore con la morte che suona il violino di Bocklin. Il giorno successivo ho scritto qualcosa su come la Morte definisce la Vita. Ma questo puoi andare a rileggerlo lì. Quel che vorrei raccontarti è la storia della Casa dell’Ozio. Comincia circa trentadue anni fa, quando ho letto Casa La Vita di Savinio. L’Ultimo racconto che dà il titolo al libro è un pezzo meraviglioso, tutto da leggere, credimi. Te lo riassumo in breve per estrarne due spunti. Aniceto, uno dei nomi alter ego di Savinio, entra in una casa e la percorre tutta alla ricerca dei suoi abitanti ed in ogni stanza sembra che ne siano appena usciti. Nell’ultima stanza:


“La camera è vuota. Vuota di tutti gli inquilini della casa. Vuota  di mobili. Vuota del ...


Un leggio di ferro, magrissimo, è in mezzo alla camera. Un quaderno di musica è aperto sul leggio; e davanti al leggio, all’altezza della spalla di un uomo che non c’è, un violino è sospeso in aria, sul quale l’archetto scende e risale, scende e risale, scende  e risale. Aniceto è di là dallo stupore, di là dalla paura. Solo questa stanchezza gli rimane”


Hai qualche dubbio che Savinio, grande pittore prima che e oltre che buon musicista e grande scrittore, avesse in mente il quadro di Bocklin?


Ha attraversato la Casa della sua Vita, inseguendo un futuro che attimo dopo attimo diventava passato – ricordo - , per giungere dinanzi alla “Morte che suona il violino” con solo questa grande stanchezza nelle sue mani.


Salto un po’ di pagine e vado alla Variante che continua: ...”Solo questa stanchezza gli rimane e, adagiato su di essa, un residuo di quel suo antico gusto di giocare con le parole. E pensa: La casa dello Zio, La casa dell’Ozio”


Ecco il titolo del mio vecchio blog.


E’ nato come un magazzino di storie che ero convinta di non sapere scrivere, storie che nessuno vuole raccontare e pochi vogliono conoscere, storie di gente normale, come te e me, che diventano eroi nell’affrontare un’esperienza assurdamente normale: quella di ammalarsi e morire o quella di vedere un loro caro ammalarsi e morire, o quella semplicemente di invecchiare e contemplare la vicinanza della propria morte.


 


Nella prefazione a Casa la Vita Savinio scrive un pezzo storico, per me, per la mia formazione.


Mi piacerebbe citarlo , ma temo che, essendo troppo lungo, non verrebbe letto. Ne cito spesso questa parte:


”Pensare è  una sineddoche. Pensare è la parte di un tutto. Pensare implica un sottinteso che si tace per pudore mentale. per quel medesimo eufemismo che di una persona morta ci fa dire che “essa non è più”. Quando si dice pensare  si intende pensare alla morte. E a che altro pensare? dirò di più: è possibile pensare e non pensare alla morte?...


.. nella vita degli uomini la cosa più importante è la morte. Morire è un problema Vari sono i problemi che ci tocca risolvere nel corso di questa avventura terrestre  nella quale non per volontà nostra ci siamo trovati implicati. problema di saper vivere, problema di saper invecchiare, problema di saper morire: il più importante di tutti perché è il problema ultimo e che dà il passaggio. Pochissimi sanno morire. Starei per dire: pochissimi muoiono; perché morire è un atto di energia che da pochissimi è compiuto come tale. I più arrivano alla morte esausti, allo stato di larve e passano di là come succhiati da un aspirapolvere. Prima che la morte la vecchiaia trova inermi costoro e già svuotati: già come morti e galleggianti sull’acqua stagna dell’esistenza. Si tratta invece di arrivare alla morte trionfalmente, come la capitana di un’armata vittoriosa che entra in porto a vele spiegate...”


 


Bene, sono ancora convinta di non sapere scrivere abbastanza bene da essere all’altezza delle mie intenzioni. Bisogna confrontarsi con i propri limiti, e vivere nonostante essi. Così ho deciso che, scritte bene o male, le storie che conosco dovevano essere raccontate, per vivere nella memoria anche di altri, oltre che nella mia. C’è un racconto che mi è caro di Connie Willis, intitolato La Guardia Antincendi, un racconto fantascientifico, con tanto di storici che viaggiano nel tempo per compiere le loro ricerche. Dice in sostanza che nulla può essere salvato per sempre, ma per un po’ può essere salvato nel ricordo.


 


Ho postato un sacco di storie nella Casa dell’Ozio, poi ho deciso che avevo da raccontare anche altre vite, altre vicende, alcune mie, alcune di persone che mi sono vicine, o che semplicemente mi hanno colpita, interessata, sono entrate a far parte delle mie radici. Così ho concretizzato questo cambiamento nel rito di un passaggio: dalla Casa dell’Ozio alle Radici dell’Ozio.


 


In questo nuovo blog non troverai  solo persone morte. Inevitabilmente, come diceva qualche tempo fa il carissimo Moroni, ogni volta che parliamo, parliamo di noi stessi, il signor Freud non è passato invano neppure da queste parti. Quindi scriverò in qualche modo di me anche quando parlerò di altri o d’altro, spero, in qualche modo, anche di voi, o comunque per voi.


 


 


 

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