venerdì 28 novembre 2003

 


...”FOLLIE, FOLLIE!!!!”


 


Aveva un nome lirico, verdiano, e faceva il medico in un piccolo paese. Di famiglia ricca, non semplicemente benestante, aveva lo stesso cognome di una strada, di una piazza, dello stadio di calcio, dell’asilo infantile, di un cinema, se non ricordo male anche della biblioteca comunale.


Non aveva fatto carriera, niente titoli accademici, niente primariati, nonostante la potenza familiare. Forse non era una cima scientificamente parlando, o forse non era un ambizioso. Dicevano che fosse una schiappa soprattutto nel farsi pagare, che talvolta tornasse dal giro delle visite con meno denaro di quando era uscito di casa, che esplorasse le dispense dei suoi pazienti poveri prima di prescrivere la dieta ai convalescenti, e che pagasse di sua tasca per loro il conto del macellaio e del farmacista. (Erano altri tempi, molto prima del servizio sanitario nazionale, tempi ingrati che potrebbero anche ritornare).


 


Io non lo so se tutto quel che raccontavano era vero. Dicevano di averlo visto, quando un paziente grave era migliorato inaspettatamente, segnarsi e ringraziare Dio del suo aiuto. Dicevano di averlo visto piangere coi parenti al capezzale di più d’un morto, d’averlo visto disperarsi e maledire lo stesso dio davanti ad un bambino condannato. Ma le stesse persone chiamavano un altro medico a consulto nei casi più preoccupanti, uno laico e sbrigativo, scherzoso e autoritario, richiestissimo e ben pagato.


Come ho detto, sono tutte cose sentite dire, ve le vendo come le ho comprate. La gente ha bisogno di crearsi dei diavoli e dei santi e per ottenerli è incline ad esagerare o a minimizzare.


 


Questo invece lo posso testimoniare personalmente. Era il 73 o il 74, lo incontravo in autobus e mi chiedevo perché non girasse con la sua auto. Era molto magro, molto scuro in viso, di un’abbronzatura giallognola e malsana, e tossiva con insistenza nonostante si fosse nel mezzo dell’estate. Studiavo a casa d’una compagna e lui venne a visitare la sorellina con non so più quale esantema. La mamma della mia amica gli serviva il caffè allo stesso tavolo a cui noi si studiava, mentre stilava una ricetta con la bella mano sottile armata d’una stilografica elegante. Aveva una grafia alta, nitida, ordinata, un po’ inclinata, usava un inchiostro azzurro piuttosto chiaro.


Dottore, lei ha una bella tosse, dovrebbe curarsi meglio, sa?


Non mi posso curare, ho un cancro al polmone.


E, voltatosi verso noi ragazze: Ho fumato troppo, vedete di non imitarmi, bambine.


Il silenzio sembrò esplodere tra noi, lasciandoci immobili a cercare di capire, di realizzare, è uno scherzo? Perché come può essere vero?


La mamma della malatina si riscosse, con tono di rimprovero esclamò: Se è malato, se ha poco tempo da vivere, cosa ci fa qui a lavorare, a visitare gli altri?


Sto facendo esattamente quel che ho sempre fatto, e cioè quel mi sembra più importante da fare. Ho cercato fino ad oggi di impiegare il mio tempo nel modo che ritengo migliore, perché non dovrei farlo più adesso che me ne rimane poco?


Si alzò e partì tossendo senza darci il tempo di replicare.


 


Ha lavorato ancora sei mesi, dopo quel giorno, è vissuto forse una manciata di settimane in più.


Forse non era un luminare, davvero; in quanto all’essere ambizioso, non lo so.


Tutto sta nel decidere l’ambizione più sfrenata, più folle e sfrenata,  cosa vuole, qual è, dove vuole andare.


 

2 commenti:

  1. cecilia, sto piangnedo. merito tuo demerito mio che vengo qua a curiosare. perché (é molto che me lo chiedo) parli molto - soprattutto - di morte?

    reve che é una fumatrice accanita

    RispondiElimina
  2. ok, reve, avrai le spiegazioni che chiedi. le scrivo e le posto prima possibile. un abbraccio. cecilia

    RispondiElimina